Abbiamo intervistato Greta Ginevra: Psicologa dello sport.

 

Raccontaci un po' la tua storia, sia a livello sportivo che scolastico.

Sono Greta Ginevra, psicologa. Dopo le superiori ho seguito un percorso classico: triennale in psicologia, magistrale in psicologia clinica. Ho fatto un tirocinio post-laurea presso l'ospedale San Raffaele in ambulatorio psico-oncologico. Mi piaceva, ma non mi piaceva stare ferma tutto il giorno in uno spazio chiuso, senza vedere la luce naturale per parecchie ore al giorno.

Come è nata l'idea di specializzarsi in psicologia sportiva?

Per caso, davvero. Ho sempre amato fare sport, e in quel momento di bivio ho pensato: e se facessi della mia carriera qualcosa che mi piace veramente? Ho scoperto che la psicologia dello sport non era solo un hobby, ma una professione reale. Ho iniziato un master e poi un secondo. La svolta cruciale è arrivata nel 2023, alla fine del primo master, quando ho incontrato la Federazione Italiana Rugby attraverso un bando di servizio civile. Mi ha permesso di specializzarmi in quello che volevo e, soprattutto, di mettere subito in pratica quello che stavo studiando, cosa che molti colleghi non riescono a fare.

A livello di federazione, su cosa si focalizza il tuo lavoro?

All'inizio, ho ideato un progetto itinerante presso diversi club di Milano. Andavamo nelle giovanili a fare informazione e prevenzione sulla psicologia sportiva, parlando con i ragazzi, gli allenatori e i genitori. Stavamo circa un mese in ogni club con 4-5 incontri. È stato bellissimo perché ho incontrato realtà diverse e raccolto feedback che ho usato per i progetti successivi.

Da due anni collaboro stabilmente con la federazione. Mi occupo di diverse sezioni arbitrali con un calendario mensile. Lavoro con gli arbitri e gli allenatori, conducendo corsi di aggiornamento. Quest'anno ho scelto di focalizzarmi sulla crescita personale degli allenatori: chi sono io quando vado in campo, al di là del mio ruolo? Ho preferito farli sentire un po' vulnerabili, invitarli a guardarsi dentro, perché sono d'esempio ai ragazzi e influenzano molto la crescita dei giovani.

Hai praticato tanti sport. Qual è stato il più formativo a livello mentale e quale il più complesso da gestire psicologicamente?

Ho fatto tredici anni di danza, judo, sci, ginnastica artistica. Vengo da Verbania, quindi dovevo fare chilometri per raggiungere le sedi sportive, ma i miei genitori hanno sempre dato priorità allo sport.

Ho un bellissimo ricordo del judo. Intorno ai 7-8 anni, in una delle mie prime gare, ero contro un'avversaria piccoletta e l'ho battuta nettamente. Sono uscita dal tatami contentissima di aver fatto vedere quanto ero forte. Ma il mio maestro mi ha ripreso: avevo vinto, sì, ma avevo usato male la mia forza, ero stata eccessivamente forte ed era stato un errore. Quando ho provato a replicare mi ha detto una cosa che ricordo come fosse ieri: quando sale la collera nel judo, bisogna tenere a freno la lingua e stare zitti. Una lezione che vale nella vita come nello sport.

In età adulta ho scoperto il CrossFit, che mi ha liberata dalla lotta con il mio corpo e dall'idea di dover raggiungere un certo ideale di magrezza. Poi, a 26 anni, un allenatore mi ha scovata in palestra e mi ha incoraggiata a fare giavellotto. Oggi, da tre anni, faccio pesistica olimpica. Questo è mentalmente lo sport più complesso. Non è che sia più stancante del CrossFit, ma è profondamente mentale. Ci sono alzate che escono perfette e quella dopo magari no. Devi riprenderti subito perché hai altri set da fare. O fai un Personal Best un giorno e il giorno dopo non va nulla, come se ti fossi dimenticato cosa stai facendo. Devi trovare i tuoi rituali, le tue routine, essere centrato mentalmente. Devi crearti una bolla che mantengo ogni volta.

Cosa ti appassiona del rugby, della psicologia, e qual è il fil rouge tra le due cose?

L'ho scoperto per caso, guardando una partita della Nazionale in televisione in quinta superiore e da quel momento ho iniziato a seguire il 6 Nazioni. Il nostro professore di educazione fisica, che era un tipo alternativo, ci ha portato nel campetto di calcio, un campo di terra con i sassi. Si è presentato con un pallone da rugby e con Sergio Parisse. Sono stata l'unica della classe a riconoscerlo. Abbiamo giocato a rugby, ci siamo picchiati con Parisse che arbitrava. Mi sono spaccata i pantaloni nel fango, è stato bellissimo. Da lì ho deciso che volevo giocare a rugby, ma il club della mia città non aveva una squadra femminile.

Mi appassiona tantissimo il rugby per la forte componente emotiva. Quando vedo la scintilla negli occhi di chi lo gioca, qualunque sia il livello, vedo la passione, la tenacia, la fatica che forgia. È uno sport terribile, duro: ti alleni col freddo, sotto la pioggia, nei campi assurdi. È qualcosa che davvero tempra le persone.

I rugbisti e le rugbiste sono persone vere, autentiche, spontanee. Non mi sono mai sentita fuori posto, né come persona, né come donna e né come psicologa. È un ambiente alla mano, dove non esistono le etichette e la formalità. Il collegamento principale tra il rugby e la psicologia, per me, è l'emotività: la possibilità di sentire veramente qualcosa degli altri.

Quanto è diffusa la cultura della psicologia sportiva in Italia? Siamo indietro rispetto ad altri Paesi?

Più che indietro, non siamo avanti. Non esiste una facoltà magistrale di psicologia dello sport, come in Inghilterra da anni. Per diventare psicologi dello sport bisogna fare triennale e magistrale di psicologia, superare l'esame di stato, iscriversi all'albo, e poi un master o corso di alta formazione. Qui purtroppo, la cosa è poco controllata. Se faccio un corso di qualche weekend, posso dirmi mental coach o esperto specializzato a lavorare con atleti, avere la stessa autorevolezza di qualcuno che si è veramente formato,  ma senza nessuna regolamentazione.

Comunque vedo segnali positivi. Negli ultimi 15 anni si sta sdoganando l'idea dello psicologo come figura non solo per chi ha problemi, ma come strumento di crescita personale. Lavoro con società piccole che credono in questa cosa e la portano avanti. Le nuove generazioni sono molto interessate e aperte. Sono positiva, spero diventi una vera cultura.

Su quali aspetti della performance e quanto può incidere la psicologia dello sport?

Lo psicologo dello sport può lavorare sul livello di concentrazione, sul mettere a posto le idee, togliere la nebbia mentale, riuscire a trovare i propri ritmi, le proprie gestualità, la routine, cose che ci fanno ancorare con sicurezza nel concreto prima di una gara, di una partita, di un momento importante, o anche durante l'allenamento. Lo psicologo dello sport interviene per riuscire a rendere sostenibile lo stile di vita sportivo.

Non sto parlando solamente di agonisti, di professionisti, anzi. Si parla anche di ragazzini che hanno da tenere insieme la famiglia, la scuola e mille altre cose. Il rischio è che qualcosa che dà gioia può diventare improvvisamente qualcosa che ti prosciuga. E se era una delle poche cose che ti faceva essere felice, è un problema.

La psicologia dello sport, quindi, ti insegna a vincere?

No, sfatiamo questo mito. La psicologia dello sport insegna a perdere, che è molto più importante. La maggior parte delle volte nella vita si perde e bisogna gestire le frustrazioni, ed è fondamentale sia in campo che fuori.

Lo psicologo dello sport aiuta a capire i punti di forza e come coltivarli, e i punti di debolezza, che è normale avere, e come smussarli. Tutto questo si scopre assieme ed è ottimale nell'età della crescita, ma è altrettanto utile da adulti.

Cosa distingue concretamente un atleta mentalmente forte da uno che non lo è?

Mi viene in mente quello che ha detto Djokovic: non è che io non vivo le esperienze negative, non sono impermeabile agli errori. Ma la differenza è che io le vivo, sto in quella situazione per qualche secondo e poi vado oltre. Ho questa capacità.

Chi non è allenato mentalmente subisce queste situazioni, sta dentro per ore, per giorni, e non riesce ad andare oltre. La differenza è riuscire a essere elastico, capire quali strumenti usare per svincolarsi dalle situazioni negative, come migliorare. Conoscersi significa essere allenato mentalmente: so se ho bisogno di attivazione prima della gara o se devo fare esercizi di respirazione per calmarmi. So cosa mi piace mangiare, ho le mie piccole tappe che mi portano sereno all'inizio della partita.

Ci sono grosse differenze lavorando con uomini e donne? E in particolare, tra rugby maschile e femminile?

Sì, lavorare con uomini e donne sono due cose molto diverse. Il cervello è biologicamente diverso, e il rugby femminile è ancora in una fase di sviluppo.

Con le ragazze, ho notato che ti osservano da lontano prima di fidarsi. È più difficile conquistare la fiducia, ma quando la ottieni diventano molto aperte. L'aggregazione nel gruppo femminile richiede un lavoro continuo, come prendersi cura di una pianta ogni giorno. Le ragazze tendono a essere più sensibili agli screzi e ai conflitti interni.

Con i ragazzi il lavoro è più diretto, anche se focalizzato su aspetti diversi: sedare l'aggressività e la competizione naturale. In generale, la psicologia dello sport non funziona con stampini uguali: si cuce il lavoro sulla squadra e sulle persone che hai di fronte.

Cosa rende gli arbitri diversi dagli atleti dal punto di vista psicologico?

Gli arbitri sono atleti che hanno semplicemente un ruolo diverso in campo. Devono mantenere un livello di allenamento costante, devono correre avanti e indietro e nel mentre portare abbastanza sangue al cervello per ragionare, essere concentrati, collegare le regole, prendere decisioni.

Ogni singola decisione, il modo in cui ti poni in campo, il tuo portamento, come occupi lo spazio fisicamente, il linguaggio del corpo: tutto questo dà una direzione chiarissima alla partita dal primo istante in cui ti presenti.

Spesso si inizia la carriera arbitrando coetanei. Ci sono tantissime sfide tutte assieme: essere giovani, insicuri, studiare le regole, mantenere l'allenamento, e nel mentre dirigere una partita. È come essere un direttore d'orchestra. Per me ci vuole un coraggio incredibile. La psicologia dello sport aiuta: tecniche di focus, self-talk, crearti rituali e rassicurazioni. Ma devi essere allenato, non improvvisato.

Quali sono i benefici del rugby nella vita quotidiana e nel lavoro?

Lo sport è una palestra di vita, è proprio vero. Ci si deve organizzare, dosare le energie. Ti permette di accettare le sconfitte, le vittorie, salire piccoli scalini, vedere diverse versioni di te.

Il rugby in particolare, è uno sport duro e ci fa capire che la comodità uccide: ci rende rigidi, troppo sicuri che tutto sia prevedibile. Nulla è prevedibile. Insegna l'umiltà: buttarsi nel fango, prendere botte, giocare in categorie inferiori. La tenacia di dedicare tanto tempo a uno sport che magari non ti dà neanche economicamente nulla, essere sempre presenti nonostante il freddo, la fatica, le responsabilità familiari.

Ci sono persone che si allenano otto volte alla settimana tra campo e palestra, mantenendo routine di sonno e alimentazione. È qualcosa che forgia. Chi fa sport ha una possibilità in più di conoscere se stesso, migliorarsi, godere di piaceri della vita che richiedono fatica.

Come si caratterizza, secondo te, una persona che gioca a rugby?

Generalizzare è difficile, ognuno è diverso, ma se dovessi scegliere un aspetto in particolare è l'umiltà. Prendi le botte in campo e lunedì sei in ufficio con l'occhio nero a scherzare su questa cosa.

Quello che ho visto è gente che si dà da fare, che non ha paura a sporcarsi, che pensa poco alle cose superficiali, alle etichette, alla formalità. Significa essere veri, autentici, spontanei.

Il rugby si potrebbe usare come strumento di team building aziendale?

Certo, può essere utile per capire quanto è importante che ognuno abbia un ruolo. Nel rugby ci sono fisicità molto diverse e questo può far capire che abbiamo punti di forza diversi. Il pilone che pensa di essere fuori forma, il piccoletto che pensa di essere una formica invece può fare ben altro.

Sul lavoro troviamo le stesse dinamiche: ognuno ha percorsi formativi diversi, capacità mentali diverse, elasticità mentale diversa, capacità di concentrarsi sul dettaglio. Ognuno è prezioso con le proprie caratteristiche.

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