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Appassionato, divulgatore, teorico, allenatore degli allenatori

Sabato 11 gennaio 2025 alle ore 18:00, presso Palazzo CONI, via Giovanni Battista Piranesi, 46, 20137, Milano.

L’evento in onore di Lino Maffi, sarà un momento speciale per celebrare colui che è stato protagonista più di mezzo secolo del nostro gioco.

L’invito è esteso a tutti i Club lombardi e non, ad ogni affezionato del mondo ovale che ha voglia di ricordare chi ha fatto la storia del rugby italiano.

La serata è promossa dal Comitato Regionale Lombardo, patrocinata da Federazione Italiana Rugby, proposta da Rugby Milano e Rugby Rho, e verrà condotta dal giornalista e scrittore Marco Pastonesi.

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COME UN UROBORO: OVVERO, L’ARTE DI RINASCERE

L’uroboro o, palindromamente, oroboro, è il simbolo di un serpente che si morde la coda, formando un cerchio senza inizio né fine. Rappresenta il continuo divenire, la natura ciclica delle cose, un’energia apparentemente statica che contemporaneamente divora e rigenera sé stessa: insomma, è infinito, immortalità, eterno ritorno.

Questa rubrica con pubblicazione mensile offre uno sguardo sulla vita reale di personalità del panorama sportivo che ci vogliono raccontare da dove vengono, chi sono e dove stanno andando: “l’infinito mutare della loro pelle”. Questi atleti non hanno paura di condividere qualcosa che solo loro possono sentire, ciò che li spinge a raggiungere la versione di sé che, dubbi o certezze, è in verità già lì ad attenderli… come un uroboro che si distrugge e crea allo stesso tempo.

Copia di POST 2024 1

ANDREA FERRERO

Non mi stupisco di aver trovato parcheggio vicino all’entrata: d’altronde non è orario di allenamento e il box è vuoto. I pochi passi che mi separano tra il sedile della mia auto e il cancello mi fanno uno strano effetto, un déjà-vu fin troppo nitido, ma è solo quando premo il citofono e scatta automatica la serratura che mi accorgo di cosa sento. Quello è un gesto che ho fatto mille e mille volte, e non saprei nemmeno dire un numero preciso senza sembrare esagerata. Quando varco la soglia di Crossfit Verbania mi investe il pensiero che questa è la prima volta in due anni e mzzo che ci ritorno. Eppure, lì dentro, per tanto tempo, ci ho passato anche dieci, dodici, quindici ore alla settimana: non solo è il luogo in cui mi sono innamorata nuovamente dello sport, a venti anni, ma è anche dove il mio percorso di atleta ha avuto inizio. Quella che, a mio parere, è stata una seconda adolescenza. So solo che oggi non sarei chi sono, né farei il lavoro che faccio, se non fossi passata di qui e non avessi vissuto questo box così come è accaduto. Negli ultimi due anni ho abbandonato progressivamente il CrossFit per entrare nel mondo della pesistica olimpica: è nato un altro amore. Tuttavia, ammetto, aver chiuso quel capitolo della mia vita mi muove dentro, ancora oggi, tante spinte e forze diverse. “È forse questo il motivo per cui ci ho messo così tanto a tornare qui?”Copia di POST 2024 1Mi lascio alle spalle la pesante porta di ferro e noto che si stanno allenando un paio di professionisti. Mi guardo attorno ed è come se fossi uscita di qui ieri sera: anche Loki, enorme incrocio tra labrador e rottweiler, nonché mascotte ufficiale del box, mi accoglie facendo le feste.

Provo a sovrastare il rumore dei bilancieri sbattuti a terra e della musica che esce dalle casse: “Andre, sei su??”.

Dopo un caffè, seduti a una scrivania accanto alla stufa, chiedo ad Andrea di parlare di sé: l’ha già fatto tante altre volte, ma penso che non ci si abitui mai a dover riassumere la propria vita in una manciata di frasi.

Andrea Ferrero è un crosfitter professionista ben affermato a livello europeo e mondiale che ha praticato tante discipline sportive molto diverse tra loro, da che ne ha memoria. Oltre l’esperienza calcistica giovanile, si sofferma soprattutto sugli anni di pallanuoto ad Arona (principalmente quelli delle scuole superiori) e sulla vita di rugbista, durata dai 19 fino ai 24 anni circa. Cercando di ripercorrere la metamorfosi che ha attraversato la sua figura di atleta, scopro dettagli che fanno sembrare più “umano” questo professionista, coach e owner di un box di CrossFit. Dopo lo scioglimento della sua squadra di pallanuoto, come fanno spesso tanti giovani adulti, ha scelto di seguire un suo ex compagno di allenamento e si è dedicato al rugby.

“Insomma, sembrano due sport diversi ma alla fine sono passato dalle botte in acqua alle botte su erba… cambiava solo l’elemento in cui stavo immerso. Ora quel club ha anche cambiato nome, si è unito ad altre società limitrofe, e ricordo che quando l’ho vissuto io era una realtà piccola ma in crescita. Pensa che la nostra era addirittura la prima squadra della società: niente eredità, ci siamo buttati in campo e abbiamo tutti contribuito a creare qualcosa”.

Si sofferma con piacere a raccontarmi quanto ma soprattutto cosa questo sport gli ha trasmesso. “Sicuramente l’umiltà: quello è stato un contesto di estrema crescita, in cui non vi erano differenze tra chi ne faceva parte. Difatti, ognuno faceva tutto, diventando così parte del “tutto” in questione – dal sistemare il campo a gestire gli spostamenti, ad avere cura del materiale che utilizzavamo. Sento di dire che mi spiace non essere andato avanti in quella esperienza”.

Soprattutto, ammette, gli manca l’idea della squadra, del gruppo. Ora, la sua, è una disciplina individuale ben diversa. È necessario trovare spontaneamente il proprio why (il proprio perché) per sopravvivere e andare avanti. Tuttavia, puntualizza, il box serve a ciò: a non farti sentire solo, a creare un ambiente e una mentalità di sacrificio comune, a collegare i punti di una enigmistica che sarebbe altrimenti irrisolvibile.

Quando gli chiedo quale sia stato il passaggio tra rugby e CrossFit, non mi sorprende sentire che è tutto iniziato per caso, senza volerlo, un po’ come tutte le più grandi storie d’amore.

“Come ti dicevo, appena mi sono convertito al rugby ho iniziato i miei studi universitari. Conclusi i cinque anni di studi in Economia, a Novara, ho iniziato a lavorare a La Spezia – e così per i tre anni seguenti, fino al 2015. Quindi in settimana vivevo e lavoravo lì: ero impiegato in una società di ingegneria energetica… e poi i weekend tornavo a Borgomanero per giocare le mie partite. Questa “divisione forzata” della settimana è stata un po’ subìta da me all’epoca, perché direi che mi infastidiva presentarmi in campo i fine settimana e quasi “rubare” il posto a qualche mio compagno che si era invece fatto i suoi tre allenamenti canonici per poi non essere convocato. Riconosco anche che ero un privilegiato, perché dal lunedì al venerdì studiavo, ma altri della mia squadra lavoravano e si prendevano pure le botte al freddo, in campo, alla sera. Insomma, mi saltava all’occhio che io giocavo anche se non mi allenavo durante la settimana. Oddio, in verità, ovviamente mi allenavo – in Liguria frequentavo una palestra commerciale tappezzata di specchi e linoleum – però, ecco, non mi prendevo freddo e colpi come i miei compagni che vivevano in Piemonte”.

E poi? Cosa è cambiato?Copia di POST 2024 1“Facciamo un passo indietro: un sabato mattina del 2011, a Milano, ho preso parte a una manifestazione organizzata dalla Reebok ed è lì che sono inciampato nel CrossFit. Così, con il mio preparatore atletico, ho iniziato a introdurlo nel mio allenamento settimanale in Liguria, per performare meglio da rugbista. Dunque, per qualche tempo l’ho utilizzato come “propedeutica”, ma è andata a finire che mi ci sono convertito totalmente. Insomma, era più comodo e pratico, diciamo, del rugby – anche valutando la questione del rispetto dei compagni di squadra cui ti ho accennato prima. Ma è nata una fortissima passione che mi ha risucchiato con potenza in questo mondo. Difatti, qualche mese dopo aver conseguito la laurea, cioè a inizio 2014, ho scelto di lasciare il rugby per frequentare stabilmente un box di Arona (provincia di Novara). Insomma: a settembre dello stesso anno ho preso parte alla mia prima competizione ufficiale, nel 2015 ho acquisito la mia prima abilitazione come istruttore di CrossFit e… nel 2017 ho finalmente scelto di aprire il mio box qui, a Verbania”.

Il discorso continua senza bisogno che io faccia domande, vedo che Andrea ripercorre le memorie con piacere. “Beh, ora ho un bagaglio di esperienza ampio, ma dieci anni fa (ndr. appena approcciata questa disciplina) è innegabile che la voglia di fare fosse diversa. Non sto dicendo che mi sono stancato, però ammetto che adesso, un po’ per la monotonia che è naturale subentri dopo così tanto tempo, un po’ per le vicende accadute negli ultimi Games[1] e tutto ciò che è diventato l’ambiente CrossFit… beh, vivere questa quotidianità, per me, ha cambiato significato più e più volte”.

Non starà più in acqua con regolarità, ma Andrea è comunque del segno dei Pesci: è nato nel 1989, e mi spiega che è uno degli ultimi competitor (crosfitter professionisti) della sua generazione. “Siamo rimasti in pochissimi, della mia età, a fare gare. Un po’ perché qualcuno ha preso qualche strada sbagliata, un po’ perché iniziamo a non essere proprio “freschissimi” e un po’ perché, come ti dicevo, a una certa diventa dura continuare a testa bassa in questo sport. Tra l’altro, ovviamente, qualcuno ha anche scelto di dedicarsi alla famiglia, ai figli… insomma, di cambiare”.

Mi viene naturale chiedergli come si vive la condizione di atleta professionista, come si riesce a gestire l’apparenza di “fortunato” o “predestinato” che a volte rende meno umani coloro che ce la fanno agli occhi degli amatori o di chi non pratica alcuna disciplina. Si apre una riflessione molto interessante in cui mi chiarisce più volte di non essersi mai sentito speciale, rispetto questo argomento.

“Nel CrossFit è necessario essere una persona, e mi viene da dirlo in inglese, grounded (nel senso di “con i piedi per terra”). Montarsi la testa non è un atteggiamento che ti porta lontano. Dall’esterno posso sembrare favorito dal destino o dai geni, ma dietro a ciò che sono c’è e c’è stato tanto lavoro. Ho sempre fatto sport e movimento, tutt’ora, appena ne ho occasione, provo qualsiasi disciplina all’aria aperta, sull’acqua, appeso a qualche roccia. Ecco, non lo nego, è possibile che vi sia una predisposizione al movimento: ricordo che anche da bambino, giocando con i miei amici e cuginetti, ero quello più agile e propenso a “buttarmi”… ho passato l’infanzia a fare moltissima attività e adoravo arrampicarmi sugli alberi per rubare la frutta (ndr. ormai è tutto caduto in prescrizione, quindi lo posso scrivere).”

“Scherzi a parte, credo che sia proprio vera quella frase che recita il lavoro duro batte il talento quando il talento non lavora. Insomma, impegnarsi porta non solo risultati ma anche tanta fiducia in sé, nelle proprie capacità – che è fondamentale tanto nello sport quanto nella vita”.

Un po’ all’inglese o, forse, con accezione dialettale, aggiunge che anche la confidenza è una qualità che ha costruito ben solida in questi anni di allenamenti continui: sapere di sentirsi all’altezza, non temere di sbilanciarsi, essere anche un po’ spregiudicati, a volte. “Tante volte” continua “alcuni atleti performano bene in allenamento, ma al momento della gara si irrigidiscono. Credo che il CrossFit aiuti a costruire anche questa attitudine, diciamo, “elastica”. Imparare ad allenarsi spingendo al massimo, in affanno, e gestendo il carico (pesi, bilanciere, altri strumenti di allenamento) in queste condizioni, probabilmente consente di sviluppare una capacità di adattamento tale da permettere di andare avanti, nonostante tutto. Anche gli sport situazionali[2], in generale, direi che hanno questo esito: credo che ciò comporti una sorta di transfert nella vita”.

Il nostro ragionamento ci porta a un pensiero che guida il mio lavoro, quotidianamente, ovvero l’affermazione per cui lo sport è una palestra di vita. E come non essere d’accordo.

Mi ricordo che oltre che con un atleta professionista, sto parlando anche con un istruttore, e gli chiedo di approfondire questo aspetto del suo lavoro. “Il mio obiettivo, in quanto coach, è far star meglio chi viene al mio box ad allenarsi, indipendentemente dal risultato che ottiene. Sento l’urgenza di far capire loro che il nostro corpo si sa muovere anche in spazi diversi da quelli ordinari, provo a mostrare loro come sfruttare spazi motori che non hanno mai preso in considerazione”.

Mi astraggo per un secondo dal qui e ora, tuttavia mai smettendo di ascoltarlo. Diciamo che con la mia professione sono abituata a pensare contemporaneamente “su più piani”, ed è quello che per un istante mi accade ora. Non può ricordarselo, anzi, nemmeno lo può sapere, ma ciò che mi ha dato il coraggio di mettere piede nel suo box è stata proprio una telefonata con lui, diversi anni fa. In verità, mi ci sono volute settimane prima di fare il numero trovato online e chiedere informazioni al proprietario di CrossFit Verbania. Temevo di non essere all’altezza, ero fuori forma e avevo interrotto bruscamente e in malo modo l’attività sportiva, un paio di anni prima. Dopo avergli chiesto gli orari, ho pensato bene di mettere le mani avanti e avvisare Andrea che, sì, sarei venuta a fare la classe di prova, però non ero per nulla allenata e forse era meglio se stessi solo lì a guardare per capire se fosse qualcosa alla mia portata. “Non bisogna essere allenati per iniziare a fare CrossFit, bisogna iniziare a farlo per essere allenati”… e così, per sei anni, questo è proprio quello che ho fatto.

C’è da dire che fare sport è diverso da “fare attività fisica per stare bene”: lo sport richiede tutt’altro tipo di impegno. Oltretutto, la differenza la fa anche il fattore mentale, cioè come ci si considera rispetto questo argomento. Per esempio, quando giocavo a rugby, direi che praticamente tutti i compagni di squadra non si consideravano “sportivi” e non perché non si potesse effettivamente esserlo per via della categoria (giocavamo in serie C), ma perché non si dava priorità a certe cose… come ti stavo dicendo prima, considerarsi “atleti” implica un impegno mentale e una serietà, una profondità più ragionata, diciamo, riguardo all’approccio con il proprio sport. Nella mia disciplina, tutti i partecipanti della classe sono considerati “atleti” perché hanno uguali necessità e bisogni di chi è professionista: insomma, entrambe queste categorie svolgono lo stesso tipo di attività, anche se scalata[3]”.Copia di POST 2024 1Anche la vita di Andrea ha conosciuto battute di arresto e momenti di sconforto. Infatti, mi confida un’esperienza che l’ha segnato nel profondo, nonostante gli abbia insegnato tanto. Dieci anni fa ha condiviso con il suo gruppo di amici un lutto che nessuno si sarebbe mai aspettato di vivere:

“Facevamo tantissime attività insieme, dall’alpinismo all’arrampicata, dal freeride (sci) ai giri in bici. Tra noi tutti spiccava Matteo, soprannominato “Balza” per via del suo cognome. Ecco, lui era un ragazzo fragilissimo e potente allo stesso tempo, qualcuno che aveva un modo di sentire viscerale, direi… possedeva una sorta di scintilla divina e la portava in tutto ciò che faceva. Insomma, era un estremista della fatica e faceva tantissimo per poter sentire e vivere ciò che compieva… non so se mi spiego. Ha avuto una vita parecchio difficile, questo devo dirlo. Ad ogni modo, nel 2014, ha avuto un incidente in decollo con il parapendio, lanciandosi dai 4000 metri.”

Andrea definisce quel periodo come un “momento strano”, che gli ha aperto gli occhi su una ovvietà che non è per nulla scontata, in realtà: “In questo modo ti rendi conto che qualcuno può andarsene facendo qualcosa, sì, di folle ma… che per lui era la vita. E allora vieni a patti con ciò, lo accetti, e capisci che è giusto vivere – senza esagerare – ma facendolo… insomma, vivendo sul serio!”.

Probabilmente, ipotizza, è proprio questa vicenda tragica ad essere stata per lui un turning point, le sliding doors che tutti attraversano anche più volte nella propria vita. Difatti, senza traccia di esitazione, conclude che ciò gli ha dato la spinta giusta per passare dalla vita di ufficio (a La Spezia) a quella di sportivo che, lo vediamo tutti ora, l’ha portato davvero lontano. “Non a caso, dopo ciò che è successo a Balza, molti altri del nostro gruppo hanno svoltato la propria vita in modo non indifferente”.

Questo aneddoto emozionante ci aggancia immediatamente alla riflessione per cui sente la sua dimensione di istruttore come un insieme di contributi di coloro che ha incontrato nel suo cammino, in diversi contesti di vita: “Potrei dire che la mia immagine di allenatore è composta da tanti pezzetti di puzzle che, visti da lontano, formano appunto chi sono ora. Credo sia fondamentale carpire il buono da chi incrociamo, farlo nostro… insomma, interrompere il trauma generazionale che possiamo aver vissuto con gli allenatori incontrati”. E così, si sofferma per un attimo a ricordare la sensibilità di Attilio, una piccola preziosa tessera di puzzle rugbistica.

Ovviamente sono presenti diverse esperienze negative, momenti in cui è stato necessario fare una cernita delle tessere che la sorte gli inviava per completare il proprio quadro non solo di coach, ma anche di “Andrea” in generale. “Con il tempo ho imparato a essere un po’ più egoista. Ciò che intendo è che essere eccessivamente giver (nel senso di “altruista”) funziona ma fino a un certo punto. Con le cattive maniere ho imparato che è necessario valutare in modo più ampio questa mia attitudine: a volte dire di no non significa fare male agli altri, ma fare bene a sé e, di conseguenza, anche agli altri”. Probabilmente quello dei confini è un tema parecchio difficile da gestire nei panni di allenatore: mi sottolinea, difatti, quanto sia importante lavorarci affinché il “sì” sia davvero reale, perché dire sì a tutti significa solo dire di no. “Ponendo chiari limiti, pian piano, ho notato che gli altri erano più propensi a rispettarli, oltre che accettarli. E tutto è diventato più semplice. Se il “sì” è per tutti, allora perde di rispetto”.

Approfitto di questa apertura per chiedergli cosa vorrebbe che gli altri sapessero di lui atleta professionista, di lui “quello forte”, di lui “prescelto dagli dei” e “beato lui che è così”. Con tranquillità Andre si riaggancia a ciò che già mi ha detto riguardo al modo in cui vive la propria realtà di competitor:

Nonostante all’apparenza potrei sembrare sempre super tranquillo e deciso, ciò che non traspare è la sensazione di incongruenza interiore che talvolta provo rispetto a come performo o quello che mostrano i risultati ottenuti. Soprattutto negli ultimi anni che, come ti dicevo, si inizia a sentire il peso di tutto il lavoro fatto e da fare. Cioè, io sono capace di alternare tre mesi in cui mi alleno davvero sporadicamente a tre mesi in cui vado a manetta. Ormai sento di riconoscere e riuscire a gestire queste mie modalità di funzionamento: ci convivo e sono parte di quello che sono.” Insomma, consapevolezza significa accettare tutto di noi, non solo quello che ci fa comodo o ci piace.Copia di POST 2024 1Provo a coglierlo di sorpresa e andare più sul personale: sono curiosa di sapere cosa farebbe subito, domani, se non avesse la paura di farlo. Il suo linguaggio del corpo parla chiaro, mostra alcune micro e macro espressioni della sorpresa: sopracciglia alzate, un breve respiro che rimane trattenuto finché non sorride e si rilassa, deciso a raccontarsi ancora. Un po’ come quando a scuola la maestra chiedeva le tabelline e, per prendere tempo e pensare, l’interrogato ripeteva la domanda, anche Andre esita qualche secondo:

“Cosa farei se non avessi paura? Probabilmente creare una situazione imprenditoriale totalmente delegata in modo che io possa viaggiare per il mondo e fare esperienze di sport, di posti mai visti e… di vita, insomma”. È chiarissimo quanto il cordone ombelicale che lo lega al suo box sia fortissimo, e fa fatica a tollerare l’idea di lasciarlo per diverso tempo “Questo posto fa parte della mia identità. E poi, sinceramente, avrei anche paura di non riuscire a tornare indietro così facilmente. Dopo una tale esperienza come potrebbe essere semplice riassorbirmi nella mia quotidianità, sebbene la ami? In questa ottica ci sarebbe la probabilità di iniziare a considerare lo stare qui come una sorta di convenzione sociale, tipo fare il pane la domenica, o sposarsi.”

Dopo quasi due ore inizio a tirare le fila delle nostre parole e intravedo un otto rovesciato, o un uroboro, in sotto impressione alle immagini che mi ha regalato: in che direzione sta andando Andrea, oggi?

“Comunque, la mia vita attuale non è finalizzata a questo desiderio – per ora – inespresso, però lo tengo lì. Al momento mi godo quello che sto facendo, la mia vita, ciò che ho costruito con tanta passione, fatica, e tempo. Non sembra, ma è già un bel lavoro. Ti ripeto: so di essere fortunato. La mia situazione famigliare, ciò che è accaduto nella mia vita, il contesto in cui sono immerso tutt’ora sono probabilmente state la mia fortuna: hanno consentito le condizioni adatte per iniziare questo progetto, ma soprattutto per portarlo avanti. Non da meno, allo stesso tempo, mi hanno insegnato ad essere grato di ciò che si può fare e si fa”.

Condivido appieno le sue parole e prima che abbia il tempo di intervenire mi anticipa un’immagine che sento, sotto diverse forme, molto vicina a me: “Ma ci pensi? Ovviamente può sembrare un peso alzarsi al mattino presto, di inverno, per venire ad aprire e scaldare il box gelato. Ma la verità è che questo è un privilegio: sto facendo ciò che amo. La sindrome di Calimero non aiuta, crea solamente un circolo vizioso che ci affossa.”

Sembra avermi tolto le parole di bocca: anche io dico sempre che sono tanto fortunata. Ma riconosco che ho lavorato per arrivare fin dove sto ora… e me la godo. 

Probabilmente “uroboro” non è solo cambiamento continuo, ma anche un imparare a scoprirsi nuovi rimanendo sempre gli stessi. Cogliere i frutti di ciò che si è stati e alimentare la versione di sé che, ora, sentiamo essere noi e noi soltanto. Il mio coach lo conoscevo già, ma non mi aspettavo di ritrovarlo così tanto in me – e magari non sono l’unica, giunti a questo punto. Quali tessere del puzzle scegliamo consapevolmente per creare il nostro scheletro e quali senza pensarci?

Leggi qui per il primo numero https://tinyurl.com/4m6etp25

 

Foto 2   

Andrea  

 

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NOTE:
[1] I CrossFit Games sono una competizione atletica mondiale che si svolge ogni estate dal 2007.
[2] Gli sport situazionali (o “di situazione”) sono discipline in cui l'esito dell'azione, quindi il risultato, non dipende esclusivamente dal gesto tecnico e dalla prestazione fisica, ma dalla capacità di trovare le giuste risposte di adattamenti a stimoli diversi (rugby, calcio, basket, tennis…)
[3] In gergo, questo termine si riferisce al riadattamento e aggiustamento dei carichi di peso e dei movimenti (generalmente diminuendoli o semplificandoli) affinché siano gestibili da chi li affronta, compatibilmente con il suo livello di allenamento e forza.

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📢 Si è tenuto oggi, presso la scuola militare Teuliè, l'incontro del Comitato Regionale con i Presidenti delle Società Lombarde. All'evento hanno partecipato più di 150 persone provenienti dai club e ha visto numerosi interventi.

🏅 Il Presidente CRL Maurizio Vancini ha subito ringraziato il Tenente Colonnello Bianco per l'ospitalità, il quale ha tenuto un breve discorso sottolineando i valori che accomunano il rugby e la scuola militare, dove "Eccellenza chiama Eccellenza".

🔵 Claudia Giordani, Vice Presidente CONI, e Marco Riva, Presidente CONI Lombardia, hanno specificato quanto il rugby e il suo principio di sostegno siano importanti nella vita quotidiana.

🏉 Paolo Vaccari, Vice Presidente FIR, specifica quanto serve costantemente un impegno di regione a tutto tondo, dove i sacrifici servono per convogliare energie positive perché solo così si può ottenere quantità e puntare a tanta qualità, così da essere sempre un comitato di riferimento.

🏙️ Alessandro Rapinese, Sindaco di Como, ha specificato quanto questo sport deve essere preso d'esempio anche sul mondo del lavoro, dove è importante la professionalità dove si è antagonisti ma sempre con rispetto, come alla fine di ogni match di rugby.

🟦 Erika Morri, Consigliera FIR, ha sottolineato come il rugby costruisce carattere dal 1923, perché questo sport punta ai muscoli e al cervello spostando il focus dalla forza fisica alla forza mentale.

🏆 Infine, le benemerenze assegnate, da parte del Presidente CIAR Franco Cenobi, hanno chiuso questa fantastica mattinata.S ono state consegnate le benemerenze per l'ovale di bronzo, per l'ovale d'argento, per l'ovale d'oro e, per i 40 anni di vita passati nel mondo del rugby, l'ovale d'oro con fronda.

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COME UN UROBORO: OVVERO, L’ARTE DI RINASCERE

L’uroboro o, palindromamente, oroboro, è il simbolo di un serpente che si morde la coda, formando un cerchio senza inizio né fine. Rappresenta il continuo divenire, la natura ciclica delle cose, un’energia apparentemente statica che contemporaneamente divora e rigenera sé stessa: insomma, è infinito, immortalità, eterno ritorno.

Questa rubrica con pubblicazione mensile offre uno sguardo sulla vita reale di personalità del panorama sportivo che ci vogliono raccontare da dove vengono, chi sono e dove stanno andando: “l’infinito mutare della loro pelle”. Questi atleti non hanno paura di condividere qualcosa che solo loro possono sentire, ciò che li spinge a raggiungere la versione di sé che, dubbi o certezze, è in verità già lì ad attenderli… come un uroboro che si distrugge e crea allo stesso tempo.

Copia di POST 2024 1

DANILO

“La vedi la terza foto? Ecco, quello è mio bisnonno”. Danilo Murroni, classe 1988, personal trainer milanese per adozione, mi accoglie così a casa, indicandomi un poster appeso in bella vista: “I banditi di Sardegna, 1901”, dice il titolo. Insomma, iniziamo bene.

Mi spiega che si scrive “Nuoro” ma si legge Nügoro: Danilo è sardo, originario di un piccolo paesino che, si può immaginare, con Milano non ha nulla a che vedere. Vive in Lombardia da più di dieci anni, ed è stabile nel suo capoluogo dal 2017. Si tratta di un innesto che ormai sembra aver attecchito ma, come mi ricorda più volte durante il nostro tempo insieme, questa è solo una tappa intermedia della sua vita.

In effetti, Danilo non è il classico personal di sala pesi. Si nota già dalla sua postura e dalla camminata, lui è un vero e proprio oplita[1]. Il suo curriculum è segnato indelebilmente dagli sport di combattimento, la sua vera passione. Una vita dedicata all’allenamento funzionale – all’allenamento “duro”, mi dice – facendo girare sacche bulgare e kettlebell tra una IPA e l’altra.

Mi confessa che tutto è cominciato da piccolino, guardando cartoni giapponesi, e il resto è venuto da sé, un po’ per curiosità e un po’ perché in Sardegna sembra esserci una sorta di tradizione ben radicata riguardo allo sport della lotta e alle discipline che la richiamano. Nonostante sia partito con la classica iscrizione al club di calcio sotto casa (“Ai quali non sono praticamente mai andato”, confessa), dai 9 anni di età Danilo ascende una scala lastricata di Judo, Taekwondo e allenamenti di forza che, come una climax, culmina con la Muay Thai (o boxe tailandese), attorno ai 21 anni.

“Eravamo degli incoscienti: con gli amici che praticavano sport simili ai miei abbiamo passato l’adolescenza a testare i nostri limiti, a picchiarci nel campetto dietro casa per provare agli altri (o forse a noi stessi, ndr) cosa pensavamo di essere capaci. Credimi: il corpo è più robusto di quello che si pensi. Allora la mia dieta era a base di pane e Budo International, l’unica rivista reperibile all’epoca che offrisse uno spiraglio sul mondo delle arti marziali e del combattimento. Tra l’altro, ricordo molto bene ogni allenatore che ho avuto”.

E così, Danilo mi parla del maestro Piero, che lo seguiva sul tatami, a Judo: soprattutto mi colpisce che lo ricordi come “un uomo austero”.Copia di POST 2024 1Lo descrive con questo aggettivo e io, ex Judoka, non posso fare a meno di richiamare alla memoria i miei ex maestri di Judo: Gianfranco e Beppe. Con loro ho trascorso sei anni in tutto, ero solo una bambina, ma mi hanno insegnato tanto. Fermi e mai eccessivamente severi, amici ma non pari… insomma, mi sentivo trattata non come una bimba ma come una allieva. Ricordo ancora quando, durante una gara di combattimento (shiai), avevo vinto su un’avversaria terrorizzata: si era spaventata della mia stretta molto decisa sul suo judogi, e si era fatta battere in un attimo, scoppiando in lacrime, fomentando ancora di più la mia aggressività a ogni ripresa. Però, a bordo tatami, mi hanno poi spiegato: “Credi di aver vinto, ma sei stata eccessivamente violenta nel tuo approccio, non era necessario” e, alla mia risposta stizzita e capricciosa sono stata zittita con una frase a cui ogni tanto penso ancora “Nel Judo, quando sale la collera, bisogna tenere a freno la lingua”. Quell’embrione di consapevolezza mi sarebbe cresciuta dentro indelebile. Nel Judo… nella vita… che differenza fa?

Poi Danilo mi racconta che è venuto Giulio, il primo allenatore di Muay Thai:

Il primo che ha davvero creduto in me e investito del tempo su un progetto comune. Tuttavia, nonostante avessi circa 21 anni, con il tempo, ho potuto percepire anche i suoi limiti: incontrarlo mi ha senz’altro consentito di imbastire lo stile di allenatore che tutt’ora adotto, nonché di ricordarmi quanto sia fondamentale evitare di avere lacune dal punto di vista didattico.”

Vero è che, bisogna dirlo, c’è anche qualche altra figura di guida sportiva che non gode degli stessi bei ricordi nella sua memoria – e, non a caso, si tratta della fase complessa dell’adolescenza del nostro combattente sardo.

Questo periodo, per Danilo, è un po’ un buco nero. Dopo il liceo sceglie di prendersi un anno sabbatico, lasciando la Sardegna per finire a iscriversi alla Facoltà di Filosofia, in una università toscana. Ma questa non è la sua strada. Bussano alla porta e, aprendola, scopre che dall’altra parte c’è un anno di vita a Torino: “… Il buio”, confessa.

Ecco che si riparte dalle origini: questa esperienza gli fa affondare più che mai le proprie radici nell’isola dove è nato, e infatti sceglie di ritornarci. Lì, a 23 anni, diventa ufficialmente atleta di Muay Thai e si dedica con anima e corpo alla preparazione di gare... insomma, ecco le famose sliding doors. In questo modo scopre qualcosa che, probabilmente, già sapeva: lo sport è ciò di cui vuole vivere. Ottiene la qualifica per poter lavorare in sala pesi e inizia nella palestra che il suo allenatore, Giulio, apre: “In realtà, praticamente, lì ci vivevo proprio. Lavoravo gratis e passavo gran parte del mio tempo tra quelle mura, ad allenarmi. Sono proprio stati anni formativi quelli… non solo lavorativamente parlando, ma anche per le mie capacità di atleta. Avevo iniziato a vincere parecchi incontri e andavo a mille, non mollavo un centimetro di terreno, perché l’idea era quella di puntare sugli incontri all’estero per fare il salto di qualità. Dunque, per un anno mi sono risparmiato le gare in territorio italiano. Purtroppo, i match europei saltano tutti, a uno a uno: scelgo quindi di iscrivermi a uno in Italia ma, quando è il momento di combattere, mi avvisano all’ultimo e mi presento senza riscaldamento… insieme alla vittoria ho portato a casa diversi dolori, quella volta. Di lì a poco accade che la palestra del mio allenatore va in bancarotta.”Copia di POST 2024 1A questo punto, è l’occasione per dare una seconda opportunità alla Lombardia: Danilo torna nuovamente nel continente, si trasferisce a Pavia, ma è costretto a gestire anche l’infortunio che colpisce il suo tendine del bicipite sinistro. Potrebbe sembrare l’inizio della fine, una catena di sfortune che sembra interminabile, eppure: “Pensa, è proprio qui che la vita ha ripreso ordine”, mi dice: “Mi sono riabilitato in tre mesi e ho ripreso il mio sport. Per ogni allenamento facevo un’ora e mezza di treno, dopo lavoro, da Pavia a Milano. Ho lavorato in un call center vendendo pannelli solari e caldaie, mi sono anche inventato aiuto cuoco. E poi… è successo di nuovo, altre sliding doors”.

Danilo mi racconta di come quegli anni complessi fossero tenuti insieme da una forte cornice che, ancora, ricorda con affetto. Infatti, mentre si trovava sulla giostra imprevedibile di quel periodo, ha condiviso quattro primavere con una ragazza (che citeremo solo per iniziale), G., e che sembra aver segnato molto profondamente il nostro sportivo sardo. Praticamente tutti abbiamo avuto un primo amore e mi appare subito chiaro che questo posto sia occupato proprio da lei, nel centro dell’anima di Danilo.

“Lo dico tranquillamente, G. è stata la mia fidanzata storica. Forse un amore puerile: non immaturo, ma… acerbo. Tuttavia, con lei ho vissuto l’idea del talamo familiare[2]. Nutro tutt’ora grande stima nei suoi confronti e il nostro rapporto è sorretto da un forte rispetto che, mi sento di dire, è stata la risposta naturale alla fine della nostra storia.”

Il modo in cui mi descrive G. me la fa immaginare come una pianta di gelsomino: dal fusto robusto ma elastico, legnoso ma che si adatta, la cui presenza è impossibile da ignorare per via del proprio profumo pervasivo. La particolarità del gelsomino è che, se gli si strappa un rametto per conservarne i bellissimi piccoli fiori, lui si difenderà macchiando con un latte appiccicoso che si faticherà a levarsi di dosso. Un po’ come è successo a Danilo e G.: non so come lei sia fatta fisicamente né di che si occupi nella vita ora, non mi dice altro su di lei, eppure mi dice abbastanza. Infine, faccio una ricerca veloce e mi accorgo che la memoria non mi inganna: nel linguaggio dei fiori questa pianta simboleggia amore, sensualità, e donarla a qualcuno è una inequivocabile dichiarazione d’amore. Forse è per questo che mi sono immaginata così G.Copia di POST 2024 1Chiedo a Danilo di fare un passo indietro: ma quali sono queste “seconde” sliding doors?

“Ci sto arrivando. Ti dicevo: dopo essermi lasciato con G. ho sentito la forte necessità di prendere in mano la mia vita, di nuovo. Ho stampato dei curriculum, ho preso il treno a Pavia e ho fatto il giro di alcune palestre milanesi. Casualmente, sono capitato proprio nel giorno di “porte aperte” di un club in zona Loreto: di lì a poco mi hanno assunto, era il 2017.”

Mi spiega come gli sport da combattimento siano discipline totalizzanti, avide. Ecco perché era così fondamentale mettere ordine nella propria vita, in quel periodo.

“Prima sistemo tutto il resto e poi posso dedicarmi serenamente al mio sport. Per me è stato fondamentale capire di che vivere, dove voler stare, e poi buttarmi di nuovo a capofitto sull’allenamento.”

Così, attorno ai 30 anni Danilo fa il personal in sala, tiene lezioni private di funzionale e ha qualche allievo/a anche di kickboxing. Poi però arriva il 2019 e, ovviamente, il COVID.

È stato bètte[3] duro quell’anno, e anche il seguente. Lavoravo al parco nonostante fosse zona rossa, e vedevo che c’erano altri allenatori nelle mie stesse condizioni. Però ce l’abbiamo fatta. A ogni lezione mi trascinavo dietro kettlebell da 30 o più chili e altri strumenti necessari per gli allenamenti di funzionale. Il parco non era lontanissimo da dove abitavo, però era una bella vasca. Tuttavia, ero davvero contento di ciò che facevo, perché mi permetteva di stare a contatto con il mio sport.”

Tutta quella fatica è servita a qualcosa, perché ad oggi Danilo opera nello studio che condivide con la sua socia, a Milano, in zona Calvairate. È una palestra piccola ma fornita di tutto il necessario. Pulito, semplice, è uno spazio contenuto che non si preoccupa di apparire ma sceglie piuttosto di “essere”. Quello è stato per lui lo scalino fondamentale da salire per poter soddisfare la richiesta sempre più crescente della clientela, oltre che per riappropriarsi di un luogo che consentisse anche di allenarsi in qualsiasi momento. Questo argomento apre un’interessante discussione su ciò che significhi per il nostro combattente essere allenatore. Domanda prevedibile la mia, e risposta non scontata la sua:

“È questione di approccio. Io non faccio solo perdere chili, guadagnare trazioni o tirare cazzotti contro i colpitori. Non faccio una vendita commerciale del mio lavoro, che mi permette di vivere in questa città. Si tratta di fidelizzare il cliente spingendolo e aiutandolo a migliorarsi: ecco perché essere un personal non significa ssere solo un tecnico ma costruire anche un rapporto umano, per me. Ecco perché è fondamentale la creazione e la cura dei confini: i miei sono clienti, non amici. Ciò significa che, se smettono di frequentare il mio studio o scelgono un altro collega, io non la prendo sul personale. Passo la maggior parte della mia giornata insieme ai miei clienti, mentre loro stanno con me una sola ora: ecco a cosa devo stare attento, a non farmi assorbire.”

Ne approfitta per spiegarmi che questa è una delle “differenze insulari” ereditate dalla Sardegna che l’ha partorito e che lo differenziano da noi continentali. Questo passaggio potrebbe sembrare poco chiaro, ma credo che chi è davvero amico di qualche sardo/a capirà di che sto parlando.

Danilo racconta che negli ultimi anni si è allenato con il suo maestro Ahmed, preparatissimo tecnicamente, oltre che lo stereotipo del nordafricano. Purtroppo, la sua palestra è troppo lontana da raggiungere durante la giornata piena di lezioni, quindi da sei mesi a questa parte si è affidato a Christian: “È me ma… con dieci anni in più” mi dice serissimo “non l’ho mai incontrato di persona, ma mi accompagna con cura ed eccellente preparazione tecnica.”Copia di POST 2024 1E ora? Attualmente Danilo prosegue con le lezioni al suo studio, con qualche corso in una palestra di boxe – più per piacere che per soldi – ma mi dice che non si sente per nulla “arrivato”.

Ho fatto surf tra le onde della mia vita, questo lo devo ammettere. Vero è che sono anche alle prese con la sindrome dell’impostore che talvolta lancia qualche sassolino alla finestra della mia serenità. Mi chiedo se sto facendo davvero abbastanza, valuto ciò che è stato finora, mi rendo contro di vestire i panni dell’avvocato… che però non difende me. La mia vita ora mi piace, lavoro davvero tante ore ma sono circondato da ciò che amo: lo sport. Sento di avere tutto quello di cui ho bisogno.”

Quando gli propongo di immaginare chi sarebbe oggi se non avesse seguito questa strada, senza esitazione, mi risponde: “O un punkabbestia o un soldato, punto.” Sorrido, perché se non lo conoscessi mi stupirei ma… Danilo è proprio così.

In chiusura indago sulla spinta che prova per la sua disciplina e lui mi offre uno scorcio di ciò quella che è la sua ottica in merito.

“Sono un puglie e se devo batterti lo farò nel modo più utile e migliore possibile. Chi pratica sport da combattimento credo sia un gradino sopra gli altri, perché chi combatte per sport ha qualcosa in più che è universalmente riconosciuto da tutti gli sportivi… gode di rispetto. Anzi, o si prova rispetto o si ha paura di chi fa sport combattendo. Insomma, si è pugili dentro e fuori dalla palestra.”

Gli brillano gli occhi di una luce che so essere propria solo di chi ha creduto e crede davvero in ciò che fa, qualcuno che vede l’attività fisica non come parte della routine giornaliera ma come una via inevitabile da percorrere.

È una cosa così viscerale che ti forgia: sei tra incudine e martello, e così cresci, ti trasformi, esisti. Devo più di tutto al combattimento. Si tratta di una catena che ha condizionato la mia vita e le sue scelte. Non ha nulla a che fare con la violenza o l’essere aggressivi: ciò mi ha formato come umano, non posso vedermi come alieno al combattimento.”Copia di POST 2024 1Anche Danilo, come tanti tra noi, è un serpente che si morde la coda. È infinito, “non-finito”, continua trasformazione, liquido, nuovo nel presente che è già passato. Non è qui – a Milano – per starci troppo tempo. Mi sottolinea che, anche se apprezza e cura tutto ciò che è la sua vita ora, si tratta solo di una delle tante tappe che costellano la propria esistenza. Anche se la quotidianità è faticosa, impegnata, il desiderio lo spinge verso il sogno di una struttura tutta sua che funzioni:

“Il mio presente – Milano, lo studio – non è un luogo in cui scelgo di sedermi: io voglio crescere. Voglio studiare, approfondire, continuare a surfare e vedere che galleggio, sempre, nonostante tutto.”

È difficile descrivere qualcuno, un caro amico oltre che un atleta esperto e una persona eccezionale, avendo poco spazio a disposizione. Scelgo di darvene una breve diapositiva, dipingerlo con queste parole, ricalcando l’uroboro che sembra tracciare anche le sue vicende – oltre che quelle di tutti noi.

Mi faccio comunque aiutare anche da un paio di fotografie che, forse con un po’ di presunzione, a questo punto, mi sento di dire vi faranno sentire come se steste stingendo la mano a lui in persona. Ora Danilo non è più uno sconosciuto.

Greta Ginevra

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"I Banditi di Sardegna, 1901"

 

 

 

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NOTE:
[1] Oplita (o “oplite”): nell’antica Grecia era un fante pesantemente armato.
[2] Dal greco, thalamos. In origine, era la parte più interna e nascosta della casa. In seguito, la camera nuziale e il grande letto coniugale, simbolo di famiglia e della coppia. Ad oggi, in linguaggio letterario e poetico, ha significato di “letto nuziale”, con allusione alla condizione di matrimonio e stato di famiglia.
[3] Modo di dire sardo, significa letteralmente “molto” o “tanto”.

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FONDAZIONE DYNAMO CAMP ETS
Dynamo Camp offre gratuitamente programmi di Terapia Ricreativa rivolti a bambini e ragazzi, dai 6 ai 17 anni, affetti da patologie gravi o croniche, neurodivergenze, condizioni di disabilità e alle loro famiglie.
Ogni anno ospita oltre 2.000 persone al Camp per periodi di vacanza e svago, aiutando loro a ritrovare serenità, spensieratezza e fiducia in se stessi.
La Fondazione porta la Terapia Ricreativa anche fuori dal Camp sul territorio nazionale attraverso il progetto Dynamo Outreach Programs, in ospedali, case famiglia e nei City Camp presenti nelle principali città italiane.
Ogni anno in Italia sono più di 10.000 i bambini affetti da patologie gravi o croniche che devono sottoporsi a terapie spesso invasive e di lunga durata. Ciò li costringe a trascorrere molto tempo in ospedale.
Tali condizioni li porta non solo ad affrontare la stanchezza, la paura e tutti gli effetti correlati alle terapie, ma condiziona pesantemente anche la socializzazione con i loro coetanei.
Di conseguenza questi bambini rischiano fortemente di perdere la serenità, la spensieratezza e l’allegria proprie della fanciullezza.

Vi proponiamo i seguenti corsi:

Non solo autismo; parliamo di neurodivergenze, come riconoscerle
17/12/2024 
ore 18:30
con la testimonianza di Mirko Lisella, staff di Dynamo Camp
Clicca qui per iscrizione https://tinyurl.com/ysjcwwwt

Come relazionarsi con bambine/i e ragazze/i che possono manifestare un comportamento oppositivo e poco interesse all’attività?
28/01/2025
ore 18:30
Clicca qui per l'iscrizione https://tinyurl.com/2p8jnrrc 

E gli adulti? Come relazionarsi con le famiglie, come stare fuori e dentro il campo, per fare squadra tutti insieme
10/02/2025
ore 18:30
Clicca qui per l'iscrizione https://tinyurl.com/yeh3eyfd

 

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Siamo lieti di informarvi ed invitarvi al convegno "Comprendere le dinamiche dello sport giovanile” con Jean Cotè il 16/11/2024 a Milano. 

Crediamo che tale opportunità possa essere stimolante e formativa visto che il modello di Cotè rientra ormai da parecchi anni nel nostro percorso di formazione di tutti gli allenatori e viene anche tenuto in considerazione nei vari processi e progettualità Federali.

Tale convegno varrà come aggiornamento livello 1 o livello 2.

Per iscrizione e dettagli è obbligatorio registrarsi tramite la piattaforma entro il 12/11/2024: https://lombardia.coni.it/scuola-regionale-dello-sport/corsi/363-comprendere-le-dinamiche-dello-sport-giovanile.html

Il corso è stato anche accreditato nella piattaforma S.O.F.I.A. del Ministero dell'Istruzione e del Merito.

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