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World Rugby, la federazione internazionale, ha confermato che l’Italia ospiterà il World Rugby U20 Championship, il Mondiale di categoria che dal 29 giugno al 19 luglio avrà luogo in quattro città della Lombardia e del Veneto.

La composizione dei giorni per “Italia 2025”, quindicesima edizione del prestigioso mondiale giovanile, è stata confermata così come le sedi di Calvisano, Rovigo, Verona e Viadana che ospiteranno i tre turni della fase a gironi in programma il 29 giugno ed il 4 e 9 luglio.

Le fasi finali prenderanno il via il 14 luglio, mentre le finali per determinare i piazzamenti finali, dal dodicesimo al titolo mondiale giovanile, si disputeranno il 19 luglio, quando lo Stadio “Mario Battaglini” di Rovigo sarà al centro della scena rugbistica internazionale ospitando la Finale iridata.

Complimenti ai due club lombardi Calvisano e Viadana per essere stati scelti come sede di questo meraviglioso evento sportivo.

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COME UN UROBORO: OVVERO, L’ARTE DI RINASCERE

L’uroboro o, palindromamente, oroboro, è il simbolo di un serpente che si morde la coda, formando un cerchio senza inizio né fine. Rappresenta il continuo divenire, la natura ciclica delle cose, un’energia apparentemente statica che contemporaneamente divora e rigenera sé stessa: insomma, è infinito, immortalità, eterno ritorno.

Questa rubrica con pubblicazione mensile offre uno sguardo sulla vita reale di personalità del panorama sportivo che ci vogliono raccontare da dove vengono, chi sono e dove stanno andando: “l’infinito mutare della loro pelle”. Questi atleti non hanno paura di condividere qualcosa che solo loro possono sentire, ciò che li spinge a raggiungere la versione di sé che, dubbi o certezze, è in verità già lì ad attenderli… come un uroboro che si distrugge e crea allo stesso tempo.

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FILIPPO SCALVI

“Ti ho girato il suo numero, gli ho anticipato di cosa scrivi ogni mese, ma sentilo subito perché mi sa che i prossimi giorni sono gli unici in cui è ancora raggiungibile: ha preso parte a un progetto stupendo su un isoletta sperduta ma… vabbè te lo racconterà lui”.

Quando ho ricevuto la chiamata di Pietro non mi aspettavo conoscesse il diretto interessato della quinta uscita della mia rubrica.

“Ti racconto brevemente la sua storia, così anche tu arrivi un po’ più preparata al vostro incontro: lo conosco da tantissimo. Ha raggiunto traguardi importantissimi, ha sempre lavorato sodo, si impegna in imprese davvero straordinarie… e per me è come un supereroe”.

 Il quadro generale che mi ha regalato Pietro è, in effetti, singolare e notevole: parlerò con un ragazzo, ex atleta Azzurro di rugby, che oltre ad essersi laureato in medicina ha anche intrapreso un percorso di specializzazione che lo tiene lontano da casa per lunghi periodi e, tra l’altro, al momento opera all’estero continuando la propria formazione professionale. Sono sempre curiosa di scoprire chi ho davanti, durante le chiacchierate che scambio per questa rubrica, però stavolta voglio proprio capirci meglio.

Sembra che Filippo Scalvi sia un profilo che nasconde un perfetto uroboro sottopelle: ma, quindi, chi è?

In effetti riusciamo ad arrangiare la nostra chiacchierata con precisione di orario e giorno perfetta, ovvero quando sarà in aeroporto, tra uno scalo e l’altro, per raggiungere quella famosa isola che già Pietro mi aveva citato. Nemmeno a farlo apposta, e ciò accade al mattino, Filippo mi avvisa per messaggio di un ritardo aereo che avrebbe rischiato di far saltare il tutto: alla fine, per fortuna, riusciamo ad incastrare. Apprezzo immediatamente il suo spirito di adattamento, che lo spinge a stare al telefono per un’ora abbondante con una sconosciuta (io), accettando di rispondere a domande aperte e vaghe che avrebbero potuto confondere (lui) e il tutto monitorando lo stato degli aerei che avrebbe dovuto prendere in giornata.

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“Ciao, chi sei?” amo partire dal presente, quindi forse lo spiazzo mettendolo di fronte a un oceano di opzioni con cui ribattere. In realtà, scelgo deliberatamente di non essere eccessivamente direttiva perché a me interessa ascoltare e vedere come chi ho di fronte si muove e si sposta all’interno di ciò che ho chiesto.

Filippo, invece, ribatte facendo qualche metro di retromarcia, partendo dal passato e dandomi una cornice che crea un riassunto chiaro e conciso: “Ho quattro fratelli maschi, anche tre di loro hanno giocato a rugby, mentre il maggiore – nonstante una piccola parentesi del medesimo nostro sport – si è dedicato all’equitazione. Difatti, io mi sono appassionato a questo sport attorno ai quattro o cinque anni perché vedevo Giovanni (ndr. il suo maggiore “prossimo”) che ci giocava. Ho partecipato nel settore propaganda alle giovanili con il Rugby Rovato, e a 16 anni sono entrato nell’Accademia FIR con sede a Parma. Ovviamente, ciò ha coinciso con il mio trasferimento in quella città e lì vivevo in convitto, dividendomi tra gli allenamenti di tre ore al giorno dell’Amatori Parma e il liceo scientifico – indirizzo che già avevo intrapreso quando ancora risiedevo nella mia città natale. Quindi ho fatto la scelta di passare completamente dal Rovato alla realtà con cui lavoravo già tutta la settimana, per continuità di percorso e di crescita con la squadra emiliana. Ho dunque partecipato a tutte le nazionali under 17 e under 18 dell’epoca, con i tornei internazionali annessi, ma in quinta superiore… beh, per la prima volta, mi sono ritrovato a scegliere tra rugby e scuola”.

Mi spiega come, in famiglia, è sempre passato chiaramente il concetto per cui la priorità era la scuola e, qualora non vi avesse avuto un’influenza negativa, dopo sarebbe venuto lo sport: “Idea che, tra l’altro condivido. Infatti, sono molto grato per questo approccio perché mi ha consentito di vivere entrambe le realtà – l’istruzione e l’attività sportiva – come una sfida. Io sono sempre stato libero di scegliere il percorso che mi si presentava davanti, però… quelle erano le premesse. Per me, ripeto, giuste. Difatti, ho sempre avuto un buon rendimento e ho conseguito con successo la mia attuale laurea, di cui sono davvero felice”.

Ma quindi? E questo bivio? Che è successo l’ultimo anno di liceo?

“Il passo successivo, rugbisticamente parlando, sarebbe stata l’Accademia di Tirrenia ma… scegliere quello avrebbe significato non continuare con gli studi. E io già sapevo che avrei voluto fare medicina all’università. E così ho rinunciato alla convocazione di quell’Accademia Nazionale per scegliere invece la mia facoltà dei sogni, continuando però a giocare come agonista nel Reggio Rugby (ndr. squadra, comunque, nella top 10 in Italia).”

Questa decisione, mi spiega, non è stata in alcun modo un ostacolo per la sua passione della palla ovale: ha comunque partecipato al Sei Nazioni U20 e al mondiale in Nuova Zelanda, il tutto mentre frequentava il primo anno di medicina a Parma – difatti, viveva ancora lì – e continuando, ovviamente, a giocare per il Reggio.

“A proposito di bilancio tra scuola e sport: il primo anno di medicina ammetto che è stato un po’ influenzato dal Sei Nazioni. Ovviamente il fatto che sia volato in Nuova Zelanda mi ha impedito di compiere quella sessione di esami e diciamo che all’università non è che interessasse più di tanto che io fossi un atleta. Tuttavia, e questo lo riconosco con affetto, c’è stato qualche professore che è stato comprensivo riguardo al mio stile di vita e mi ha sostenuto parecchio” –  e mi colpisce che ci tenga pure a dirmi i cognomi dei docenti in questione, pronunciati senza esitazione.

Dal secondo anno di medicina, dopo il mondiale, si è ritrovato a giocare insieme a suo fratello Giovanni: accade infatti che condividono due anni al Reggio Rugby.

“Però quel piano di allenamento e quello stile di vita era davvero incompatibile con i miei studi. Insomma, stiamo pur sempre parlando di due allenamenti al giorno e di lunga durata…”

Filippo non me lo ricorda, ma capisco che in quel punto della sua vita si è trovato all’ennesima biforcazione di strada che implica inevitabilmente una scelta secca: o di lì o di là. Dopo il trasferimento a Parma a 16 anni, dopo la scelta di andare al Reggio e al mondiale… dove si approda?

Ebbene, ciò che nasce da questa ulteriore diramazione è una catena di eventi composta dall’entrata al Colorno (di cui sarà capitano durante l’ultima partita insieme) per poi spostarsi nel capoluogo lombardo per frequentare lì un noto polo universitario e continuare a giocare a rugby nel CUS Milano.

“Ecco, il Colorno mi è rimasto nel cuore anche perché non ha avuto prezzo essere il loro capitano proprio alla nostra ultima partita insieme. Ma anche quella del CUS è stata una esperienza eccezionale: si giocava a rugby per passione e c’era una disciplina incredibile, un attaccamento alla squadra, una collaborazione totale per il raggiungimento degli obiettivi comuni che mi hanno ricordato gli ambienti dei professionisti che avevo vissuto qualche anno prima – nonostante lì, all’epoca, fossimo in serie B”.

E anche qui si sofferma qualche secondo a raccontarmi delle persone speciali che gli sono rimaste molto care.

“Comunque, nel 2020 mi laureo in pieno COVID: l’emergenza sanitaria richiedeva che i neolaureati si mettessero con le mani in pasta fin da subito e così mi sono ritrovato anche io a fare tamponi su tamponi. Ciò, però, mi ha portato a un’ulteriore scelta: ormai, allenarmi alla sera tardi e presentarmi l’indomani a lavoro iniziava a diventare davvero impegnativo.” Di qui o di là?? “Insomma, sono arrivato alla conclusione che la mia vita sportiva non era più compatibile con la mia professione. Cessare di giocare e rugby dopo venti anni di carriera è stata una scelta necessaria e quasi obbligata per fare il giovane medico: uno dei miei più grandi obiettivi”.

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Probabilmente Pippo, a questo punto, considera di aver risposto abbastanza alla mia domanda iniziale, e forse è per questo che passa al sé presente: mi spiega che attualmente è medico specializzando in ginecologia e ostetricia e frequenta una scuola svizzera con sede a Lugano. Questo percorso dura cinque anni e sta agli studenti trovare ospedali che accordino un contratto, man mano, per fare pratica di ciò in cui ci si specializza: a maggio 2025 inizierà una nuova avventura in una struttura di Losanna, e quindi ha scelto di impiegare i mesi “vuoti”, tra un contratto e l’altro, imbarcandosi in una avventura senza precedenti. Attualmente – ed ecco dove si sta dirigendo, mentre parliamo – opera come medico assistente a Mayotte, una isoletta francese tra Madagascar e Mozambico che ha un record incredibile di nascite. È chiaro dal suo tono di voce quanto questo lavoro lo appassioni, e anche se non lo posso guardare negli occhi, vedo chiaramente una ipotetica luce accendersi nel suo sguardo.

“Pensa che mi sono sposato a settembre 2024 e dopo un mese sono partito per questo progetto. Paola, mia moglie, è stata il mio primo amore e ha sempre dimostrato incredibile sostegno e supporto per me, la mia vita sportiva e non, i miei spostamenti vari: siamo insieme da quando abbiamo 16 anni. Mi veniva a trovare a Parma in treno, quando eravamo ancora dei ragazzini. Fidanzata prima e moglie adesso, senza di lei la mia vita non sarebbe la stessa cosa. Però, anche se stiamo lontani di frequente, non sentiamo difficoltà nel nostro rapporto né incompatibilità della nostra vita famigliare con la mia lavorativa”.

Parlando di Paola, penso che Pippo mi abbia dato una efficace definizione di amore sicuro, giusto rispetto dei confini e fiducia. Tra l’altro, attraverso le parole che ci scambiamo al cellulare me lo inizio a immaginare come un Ulisse che punta il dito o di qui o di lì ai bivi che gli si presentano davanti, che si sposta di città in città, di regione in regione, di Stato in Stato per inseguire qualcosa in cui crede e che gli smuove dentro energie fondamentali per creare ciò che è (ed è stato): atleta Azzurro, studente di medicina, specializzando… e tanto altro. Probabilmente l’uroboro (nonché serpente che si morde la coda) che ritrovo sempre in chi ha vissuto una e – insieme – tante vite, qui mi si presenta più sottoforma di lucertola. Insomma, non fa la muta della pelle come il serpente: si taglia invece più volte la coda per vederne ricrescere subito un’altra, simile ma mai uguale.

Questa volta faccio io il passo del gambero e gli chiedo se gli manchi giocare a rugby o se si sia cimentato in qualche altro sport. “Beh, all’inizio non è stato facile smettere… così, all’improvviso, dopo tanti anni passati a rincorrere il vento chiuso in una palla ovale. Però, come ti dicevo, è stato necessario. Quello che mi è mancato più di tutto? La dinamica di squadra, appartenere a un team che condivide obiettivi, lavorare assieme. Continuo a fare palestra ma non è la stessa cosa: tuttavia mi aiuta a ristabilire l’equilibrio psicofisico che viene inevitabilmente intaccato durante i periodi di astinenza sportiva”.

Quello che mi sottolinea poco dopo non è una novità alle mie orecchie, né a quella dei miei colleghi psicologi sportivi. Giustamente, mi dice che avendo giocato dai 5 ai 25 anni lui sentiva di aver sviluppato e strutturato la propria personalità di “Filippo” attorno al dettaglio fondamentale dell’attività rugbistica. “Cambiando di categoria e, infine, una volta ritiratomi ufficialmente ho temuto di non essere più lo stesso Pippo… e invece è successo che ho utilizzato gli studi e la mia professione come altro contenitore nel quale riversare le mie energie, un nuovo fulcro a cui connettere le nuove e altre parti di me”.

Taglia la coda, prendi la seconda a sinistra, aspetta ricresca la nuova appendice di te.

“E poi l’esperienza di uno sport di squadra così intenso come il rugby è stata fondamentale, mi sento di dire, per il mio metodo di lavoro in équipe. Si tratta comunque di dover rispettare regole, ordine, andare tutti nella stessa direzione e contribuire a un clima positivo. Insomma, mi ha lasciato un’ottima eredità per la mia quotidianità. Ultimo ma non ultimo: prendere mazzate (metaforiche e non) in campo mi ha insegnato cosa è importante tenere a cuore e cosa lasciar andare, farsi scivolare di dosso. Ho incrociato alcuni esempi negativi, diciamo, ma mi hanno permesso di capire come non volevo essere e cosa avrei dovuto fare per non essere come loro”.

Forse è banale, ma gli chiedo se abbia mai pensato di rimanere all’interno dello sport che ha tanto amato, magari diventando allenatore. Senza la minima esitazione mi risponde che ha sempre e solo visto e vissuto il rugby come giocatore, punto. E questa idea capisco che è probabilmente stata partorita al primo bivio della sua storia (ndr. o gli studi o l’Accademia di Tirrenia) e maturata chiaramente durante il proseguo di essa. Mi fa presente che avrebbe potuto puntare all’alto livello quando si trovava nella Nazionale U20, ma ha semplicemente scelto altro. “Sì, a volte ci penso e mi chiedo come sarebbe potuta andare. Però so che, in quel caso, attorno alla mia età attuale sarei stato quasi a fine carriera (se tutto fosse andato per il verso giusto), mentre ora sto quasi finendo la mia formazione di medico: e ciò significa che sono solo agli inizi della lunga strada! Ragionare per rimpianti qui non ha senso, è come se pensassi a una lotteria per la quale non ho comprato alcun biglietto”.

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Adesso starà anche tornando a Mayotte a lavorare ma, a cosa sta puntando, nel medio termine? Voglio indagare. La risposta è lecita: Pippo è davvero determinato a concludere gli studi e ad avviare la propria carriera, ma c’è dell’altro. Mi confida che sposarsi a settembre per poi trasferirsi per lavoro un mese dopo, a migliaia di chilometri di distanza, non è stato un mordi e fuggi, ma un gettare le fondamenta per costruire una famiglia tutta sua con Paola. “Vorrei crearmi una famiglia proprio come l’ho avuta io. Anche se i miei genitori all’epoca erano entrambi professionisti molto impegnati, ci seguivano ovunque… anche su più campi contemporaneamente: ricordiamoci che eravamo tutti e tre/quattro fratelli ad avere impegni sportivi nel fine settimana. Insomma, ora che tocca a me vorrei restituire ciò che mi è stato dato, costruendo qualcosa di tutto mio. Anzi, nostro, di me e Paola”.

Questo senso della famiglia è inciso a caratteri cubitali nei suoi pensieri e nel modo in cui li traduce in frasi, sempre brevi e incisive. Mi infilo nelle crepe di questo argomento e scendo ancora più sul personale, domandandogli quale sia una delle sue core memory, un ricordo che lo tranquillizza all’istante e che sa di “casa”. Quando mi aspetto finalmente di averlo colto di sorpresa, lui ribatte ancora una volta con prontezza e sicurezza, confermando la figura dell’Ulisse moderno di cui sopra: “Rispondo citando tutte le mie case, passate e presenti: mia moglie, Lugano, Rovato… e così via. Tutti contesti in cui sono cresciuto. In famiglia mi hanno anche trasmesso che, se casa te la porti dentro, allora è ovunque… con te. Questo accade davvero perché, per esempio, nonostante le occasioni di vederci di persona non siano numerosissime, con i miei fratelli ho un rapporto incredibile. E anche loro lo sono. Partendo dal maggiore al minore: Gianmario, che ha studiato in Spagna all’università, ha ottenuto anche i suoi successi con l’equitazione e oggi è un odontoiatra; Giovanni, che è stato anche in squadra con me, oggi è avvocato e lavora in uno degli studi più importanti a Milano; (ndr. Poi ci sarebbe Pippo stesso) e infine Edoardo, detto Dodo, che a 15 anni ha vinto una borsa di studio ed è andato a diplomarsi in Inghilterra, è in seguito entrato anche lui in una Accademia FIR e ora fa il medico. Comunque, ci teniamo tutti in contatto e ci sentiamo per il gusto di essere uniti tra noi. Difatti, tutti e tre sono stati i miei testimoni di nozze!”.

Mi sembra sempre utile e interessante chiedere a chi ho di fronte qual è un buon consiglio che qualcuno gli ha dato nella vita e, di nuovo come se avesse già il colpo in canna, il nostro medico risponde così: “Tante persone del contesto sportivo o meno mi hanno offerto molti insegnamenti validi, ma io ti cito sicuramente quello che nonno Gianni – perso purtroppo quando avevo 18 anni – ha sempre detto a me e ai miei fratelli. Lui ha espresso senza riserve l’approvazione e il contento per i nostri successi ma ci ricordava continuamente di mettere a frutto i nostri talenti… ovvero, di lavorare per qualcosa che ci è stato dato, che non ci siamo meritati ma che ci è come caduto dal cielo, diciamo, ed era dunque nostro dovere valorizzare e coltivare con cura. Tra l’altro, per aggiungere un aneddoto simpatico, è stato proprio nonno Gianni ad aver intuito per primo che sarebbe nato qualcosa di serio tra me e la mia futura moglie!”

Probabilmente è da questo monito che Pippo ha ereditato alte pretese da se stesso, non irrealistiche, ma comunque impegnative. Difatti, continua: “Un po’ mi arrabbio quando temo di non essermi impegnato al cento percento… e penso spesso a cosa potrei o vorrei dire al me più giovane. O meglio, più che altro mi piacerebbe che il Filippo di ieri e quello di oggi interagissero affinché il me passato desse dei consigli al me odierno. Credo che mi direbbe di stare tranquillo, che se ci si mette il cuore e si dà il massimo, allora nessuna scelta è sbagliata… perché in questo modo non possono esistere i rimpianti. Probabilmente mi ricorderebbe che la vita è come il rugby: una scelta non ottimale ma decisa è migliore di una perfetta ma incerta. Insomma, penso mi spronerebbe a tenere duro, ad adattarmi e crederci sempre, ma rimanendo umile. Infatti, una cosa che vorrei imparare a fare è prendermi meno sul serio… non intendo essere superficiale, ma concedermi un po’ più di leggerezza. Ecco perché ti dico che sarebbe il Pippo giovane a ispirare quello più maturo”.

Dopo avermi parlato di sé, aprendosi completamente e mostrandomi la sua personalissima cartografia delle passioni che custodisce con tanta premura, mi sembra naturale chiudere il nostro scambio di opinioni con queste frasi. Un po’ ripensando alle parole di iniziali di Pietro, ragiono sul fatto che non tutti gli eroi indossano mantelli, ma forse la maggior parte di loro ha una coda.

Vuoi conoscere anche la storia di Silvia? Leggila qui https://tinyurl.com/5c6uxzej

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Filippo, al centro, che veste la maglia Azzurra nel modiale in Nuova Zelanda (2014)

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Fratelli in campo, ma con squadre diverse: Rugby Reggio (Filippo, a destra) VS Viadana (Giovanni, a sinistra).

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Paola e Filippo, il giorno del loro matrimonio (2024)

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Filippo e i suoi testimoni di nozze: tutti i fratelli!

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Filippo con uno dei primi nati appena dopo l’uragano Chido che ha colpito l’isola di Mayotte.

 

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L’Associazione ‘In Viaggio con Fede’, insieme alla Federazione Italiana Rugby @italrugby 🇮🇹 promuovono un concorso rivolto alle società sportive con l’obiettivo di sensibilizzare le giovani generazioni ai valori di altruismo e condivisione.💛

I riconoscimenti verranno concessi a coloro che incarnano valori etici di generosità, di sensibilità, di solarità che sono emersi durante la stagione sportiva 2024-2025 attraverso gesti di accoglienza, di empatia, di aiuto e di condivisione nei confronti dei compagni o avversari di squadra o, in generale, all’interno delle proprie comunità. Verranno ammesse a partecipare al concorso le società sportive affiliate alla Federazione Italiana Rugby @italrugby di tutta Italia.

Scopri di più su https://inviaggioconfede.com/borse-di-studio-in-campo-con-fede-sport/

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COME UN UROBORO: OVVERO, L’ARTE DI RINASCERE

L’uroboro o, palindromamente, oroboro, è il simbolo di un serpente che si morde la coda, formando un cerchio senza inizio né fine. Rappresenta il continuo divenire, la natura ciclica delle cose, un’energia apparentemente statica che contemporaneamente divora e rigenera sé stessa: insomma, è infinito, immortalità, eterno ritorno.

Questa rubrica con pubblicazione mensile offre uno sguardo sulla vita reale di personalità del panorama sportivo che ci vogliono raccontare da dove vengono, chi sono e dove stanno andando: “l’infinito mutare della loro pelle”. Questi atleti non hanno paura di condividere qualcosa che solo loro possono sentire, ciò che li spinge a raggiungere la versione di sé che, dubbi o certezze, è in verità già lì ad attenderli… come un uroboro che si distrugge e crea allo stesso tempo.Copia di POST 2024 1

SILVIA GAUDINO

Quando ho contattato Silvia, al cellulare, credevo che avremmo organizzato la nostra chiacchierata in qualche locale di Milano… ma mi sbagliavo. “Diciamo che mi riuscirebbe difficile… io sono a Salerno!” e così abbiamo scelto di passare quasi due ore in videochiamata. Dopo qualche battuta iniziale ci sciogliamo e mi ritrovo immersa in un piacevole scambio di opinioni che accorcia drasticamente la distanza (anche fisica) tra noi due. Ci penso su un attimo, non so bene da dove iniziare perché le ho già riassunto al telefono il proposito dei pezzi che scrivo e il motivo per cui le ho chiesto di dedicarmi del tempo, quel pomeriggio. Così, semplicemente, dimenticandomi se l’uroboro prima nasca o prima ancora si distrugga, le domando dove si trova ora: “ora” rispetto a ieri ma anche domani, oggi, il presente – che si chiama così perché non è altro che un meraviglioso dono irripetibile.

“In realtà non c’è un prima e un dopo, rispetto alla me atleta e alla me allenatrice, di ora: ho giocato a rugby dal 2001 al 2017 per poi rimanere in questo splendido mondo perseguendo la carriera di coach. E, credimi, allenare non era nei miei piani, quando ero ancora giocatrice. Non per un motivo preciso, semplicemente… non ci pensavo! E invece, con il tempo, mi è sembrato giusto restituire qualcosa a questo sport che mi ha dato tanto, ma tanto: è stata una scuola di vita.”

Copia di POST 2024 1Silvia mi racconta che si è approcciata al rugby relativamente tardi, a diciassette anni, per poi non abbandonarlo più. E ciò che fa oggi è aiutare a mantenere vivo e pulsante un terreno difficile da coltivare.

“Sicuramente, qui, a Salerno, viviamo una realtà meno sviluppata del Nord Italia in generale. Mi dedico alle categorie dei bimbi e dell’intero minirugby, più una parte di juniores femminile della regione. In realtà, nello specifico, con la seniores maschile, mi occupo della specialità della fase di conquista (mischia e touche)”.

Le chiedo di descrivermi come sia lavorare con tanti gruppi così diversi tra loro, quali le differenze e quali le particolarità: “Ti dico, inizialmente mi sono mostrata titubante alla proposta di allenare la maschile… e invece ha funzionato!.”

Inevitabilmente, con la ex capitana delle Azzurre si apre un discorso riguardo al rugby femminile e le varie sfide che sono all’ordine del giorno per questa fazione e chi ne fa parte. Non si tratta di un dialogo banale o costellato di luoghi comuni: mi spiega dunque che, quando ha iniziato a giocare, il pregiudizio piuttosto che provenire dai “non addetti ai lavori”, nasceva invece dai suoi colleghi uomini e che ha assistito al salto di qualità necessario alla visibilità del rugby femminile “Pensa, prima le partite erano trasmesse in diretta solo online dalla Federazione Italiana Rugby, e poi, pian piano, hanno iniziato a vedersi anche in tv.”

Le parole che spende al riguardo le sento molto vicine a me, alla mia vita, le mie passioni e idee:
“Anche se faccio uno sport che, a priori, può essere considerato prettamente maschile e di forza, di scontro, ciò non significa che il mio impegno sia di serie B o che io sia meno donna…. Rimango tale lo stesso! È però anche necessario dire che, talvolta, si forza troppo la mano e – anche se con le migliori delle intenzioni – si rischia di auto-ghettizzarsi. Ti faccio un esempio: ricordo che, quando giocavo, abbiamo deciso di cambiare il coro finale che recitava Per il rugby femminile, hurrà!, perché a me non piaceva proprio e l’ho contestato. Insomma, ma che è? Rugby femminile, sì… e quello maschile? Il rugby è rugby e basta.”

Mi sento di condividere con lei alcune esperienze personali che, in effetti, convengono con il parere di Silvia per cui lo sport femminile sia ancora un po’ “indietro” nel nostro Paese. In realtà, gli aneddoti che le porto non risalgono a più di 12 o 13 anni fa, quando avevo attorno ai quindici anni: se ci penso, non è passato tanto tempo da quando non ho trovato una femminile di rugby nella città in cui sono cresciuta (né a diversi chilometri di distanza), o da quando un allenatore di pallanuoto mi ha proposto qualche allenamento con l’unica squadra maschile, precludendomi però in modo chiro di fare palestra insieme ai ragazzi perché… ma perché? Non ho mai ricevuto una risposta sensata. Quel che mi fa sorridere è che, molto probabilmente, è anche grazie a tutti i “no” che ho ricevuto in merito se oggi mi occupo di spostare pesi e lanciare bilancieri sopra la mia testa: non c’è nulla che mi faccia sentire forte, capace e me stessa quanto la pesistica olimpica.Copia di POST 2024 1A mo’ di gamberi, facciamo un passo indietro e cerco di chiarire come sia avvenuto l’incontro con questo sport, specialmente se in età “avanzata”.

“Sai, mio papà faceva l’allenatore – era un ex giocatore – e quindi mi ci sono trovata per curiosità. Prima del rugby ho fatto tantissimo sport, anche molto diversi tra loro… individuali, di squadra… pattinaggio artistico su ghiaccio, pallavolo e atletica. Quando però ho iniziato con il rugby, ovviamente non c’era la femminile dove abitavo io (ndr. a Monza) e quindi sono dovuta andare in Veneto alla ricerca di una squadra. Ecco perché e come è nata la femminile al Rugby Monza: in realtà è stata una idea partorita in modo abbastanza casuale, con passaparola e pubblicità che ha raccolto diverse ragazze orfane di club e alla ricerca di una realtà vicina che consentisse loro di allenarsi senza fare trasferte dispendiose e difficili da sostenere nel lungo periodo. Ed è così che nel 2003-2004 abbiamo giocato il nostro primo campionato, e dopo 10 anni abbiamo vinto lo scudetto. Sono bei ricordi, soddisfazioni.”

Suona una domanda un po’ ingenua, ma le chiedo lo stesso come sia passata da sport tanto diversi per arrivare a quello che sarebbe stato anche il suo secondo lavoro. Diciamo che anche in questo contesto mi sento molto simile a Silvia: quando racconto di aver praticato per tredici anni danza classica, le persone stentano sempre a crederci e pensano stia facendo una battuta.

“Be’ diciamo che, nonostante mi piacessero tutte, le altre discipline non mi soddisfacevano appieno. Soprattutto gli sport individuali, lì percepivo una assenza di qualche sorta. In effetti, la pallavolo è stata una parentesi di squadra, ma mi sento di dire che non percepivo davvero il gruppo né la complicità che invece ho trovato e scoperto nel rugby. Insomma, mai provato niente di simile prima né dopo questo sport.”

Sono tanto curiosa di sapere che si prova a vestire la maglia Azzurra, a stare in Nazionale e rappresentare addirittura l’intero gruppo: “È un sogno… per me è stato proprio un sogno che si avvera” le brillano gli occhi e capto chiaramente le emozioni che quelle parole le suscitano “Amo la competizione e lo sport mi appaga completamente. La prima convocazione mi è arrivata per raccomandata, a casa: ero la più piccola della squadra e una delle poche lombarde in un gruppo prettamente veneto. Eppure, sono state tutte molto accoglienti fin da subito. Ovviamente la paura e la titubanza erano sentimenti che ho inevitabilmente provato per i primi tempi, ma è stata un’esperienza estremamente arricchente. Indossare quella maglia e ricoprire il ruolo di capitana è una responsabilità che ho sempre preso molto seriamente: devi dare il buon esempio e cercare sempre di essere al massimo – sia mentalmente che fisicamente – e non sempre è facile. Per esempio, c’è stato un periodo in cui non riuscivamo a uscire da un mood di sconfitte e ci mancava davvero molto tornare a vincere… avevamo perso un bel po’ di fiducia in noi stesse ma pian piano siamo riuscire a riacquisire la consapevolezza di potercela fare e ne siamo uscite più forti.”

Riguardo alle sconfitte, Silvia mi specifica un grande verità. Conferma che sono proprio le partite perse quelle che ci si ricorda di più, come quella benedetta (ndr. o maledetta?) qualificazione alla coppa del mondo che è stata mancata per un soffio… “Ti dirò, brucia ancora!”.Copia di POST 2024 1Proprio quando stavo per aprire il discorso, sono preceduta: “Tra l’altro, ho anche attraversato un periodo di stop perché mi sono dedicata all’esperienza della maternità. Avevo già tra i 35 e i 36 anni quando è accaduto, e sinceramente non pensavo che sarei tornata a giocare. Mi ero trasferita da poco da Monza a Salerno, e dovevo ricostruirmi una vita extra rugby, diciamo… ho avuto alcuni dubbi ma il coach ha appoggiato la mia decisione e l’anno dopo la nascita di mio figlio mi sono presentata ai mondiali. L’allenatore mi ha detto che eravamo arrivate fino a lì anche grazie al lavoro che avevo fatto insieme a loro, e questo mi ha convinta, ho scelto così di provarci. Non è stato affatto semplice riprendere, perché ho avuto un parto cesareo che, si sa, porta con sé una degenza lunga e dolorosa che può impedire anche per lungo tempo alcuni movimenti, in più era necessario organizzarsi con il bimbo piccolo – oltre che il mio lavoro di contabile e gli allenamenti immancabili. Tra l’altro, per un periodo ho anche faticato a riprendere peso e a tornare in forma e massiccia come in precedenza.”

Quello che sento a me sembra una realtà complicata da gestire, che richiede una quantità di impegno ed energia che mi spaventa anche un po’, lo ammetto. Silvia ci tiene però a chiarire quella di essere anche mamma è stata una scelta consapevole, e che “Non sono né la prima né l’ultima ad aver fatto un figlio e aver riniziato a fare sport. Io, ne sono davvero felice!”.

Mi sembra doverosa una piccola parentesi riguardo gli sforzi e i sacrifici che si compiono nella vita, in nome di ciò che crediamo e che vogliamo compiere. Di quanto sia forte la spinta di un motore che è alimentato dall’amore per ciò che noi riteniamo importante. “Sacrifici, dici? Credo che se vale la pena allora non si possano chiamare sacrifici. Ho sempre lavorato full time: anche in nazionale, fino a non molto tempo fa, non eravamo considerate atlete professioniste. Ad oggi sembra che le cose vadano meglio per le mie ex colleghe, però noi non percepivamo uno stipendio ma solo qualche rimborso spese. Ad ogni modo, ho sempre pensato che, quando questa vita avrebbe iniziato a pesarmi, solo allora mi sarei fermata. Più che un sacrificio è stato solo tutto un po’ complesso: non ho potuto partecipare a tutte le competizioni cui avrei voluto, ma le ferie le usavo per quello. Insomma, il mio datore di lavoro mi veniva in contro, era accomodante, ma non potevamo fare i miracoli. Piuttosto, ci sono compagne che hanno anche perso il posto di lavoro, che hanno rinunciato a tanto o dovuto prendere scelte importanti. Soprattutto dal 2007, quando siamo entrate nel Sei Nazioni e abbiamo iniziato anche i tornei di rugby a sette. Trovandoci in una condizione di semiprofessionismo, in questi termini, è stato difficile per qualcuna tra noi pensare a un futuro o a un piano B.”

Silvia mi ricorda che obiettivi diversi corrispondono a percorsi diversi. Tutto ha un prezzo, un costo, e spesso siamo proprio noi a scegliere se ce lo possiamo permettere, se si tratta di un azzardo o di una scommessa potenzialmente vincente. Per dirla breve: costi e benefici.Copia di POST 2024 1“E cosa ti ha portato ad apprezzare lo sport? Cosa hai ereditato dalla tua esperienza di atleta?” le chiedo.

Senza esitazione replica che ciò che ha avuto in cambio per una vita votata al rugby è stata una forte sicurezza di sé, che si è ritrovata anche fuori dal campo: “Sono sempre stata una persona riservata e anche un po’ timida. Ma questa vita mi ha aiutata parecchio sotto questo aspetto”.

Forse azzardo un po’, ma forte del clima sereno della nostra chiacchierata le chiedo come e se abbia mai dovuto gestire la propria immagine corporea, se abbia mai provato straniamento di fronte al proprio fisico non proprio convenzionale per il prototipo femminile di circa 20/15 anni fa – in cui lo stereotipo della donna magra e filiforme dominava decisamente l’immaginario dello standard di bellezza. Effettivamente, la sua risposta non mi stupisce, anche perché è quello che semplicemente sento anche io – di nuovo, capisco di condividere con lei un altro punto di vista forse non proprio popolare: “Sinceramente non ho mai avuto problemi di alcuna sorta, né mi sono fatta paranoie. Sapevo che era importante prepararsi fisicamente e lavoravo tanto in palestra per rafforzarmi ed evitare infortuni – che, difatti, fortunatamente, non ho mai sperimentato in maniera grave. Mi sono sempre piaciuti i fisici sportivi e atletici, anzi. Beh, forse l’unico side effect indesiderato erano gli occhi neri e i vari segni che la partita poteva lasciarmi e che durante la settimana facevano preoccupare chi mi era vicino. A volte sembra peggio di quello che è realmente, ma fa parte del gioco.”

Con curiosità cerco di capire quale sia stata la transizione da atleta ad allenatrice, come sia avvenuto il passaggio in cui si è riposta nell’armadio la maglia Azzurra e quali siano state le emozioni collegate a questa fondamentale tappa della vita della Gaudino. Insomma, come al solito, vado alla ricerca e infine scovo l’uroboro che sento troverò in chi condivide la sua storia con me.

Silvia mi confessa di aver smesso di giocare perché ha voluto smettere. In effetti, sentiva di aver dato tutto quello che poteva e, al contempo, le priorità della vita erano cambiate, come anche le tempistiche dei vari impegni. “E poi, non era solo il mio sport, anche quello di altre. Sono stata felice di smettere proprio come sono stata contenta di aver fatto questa esperienza. Ad oggi non mi manca il campo e sono serena. Ovvio, qualche allenamento lo faccio volentieri, ma non gioco partite. Sento che se avessi continuato non è che sarei stata più contenta di ora, perché io ho sempre preteso tanto da me e non credo che sarei stata in grado di fare meglio di quanto già avevo fatto in passato, anche da più giovane.”

Tra l’altro, ammette, avendo provato entrambe le fazioni, è probabilmente più difficile fare l’allenatrice rispetto che l’atleta, perché si deve pensare a organizzare e gestire gli allenamenti, imparare e tenersi aggiornati, ricoprire un ruolo “da più grandi” (ndr. di età? Di adulti responsabili? Mi fa sorridere questa frase)… mica solo ad eseguire ciò che qualcuno le dice di fare, come quando era “soltanto” atleta (ndr. ride, dicendolo). Non che sia semplice, ovviamente “Il giocatore sa cosa fare perché c’è qualcuno che lo indirizza, ma è comunque una bella faticaccia”. Silvia ci tiene anche a spendere parole gentili nei confronti della mia professione e della mia collaborazione con FIR Lombardia: ricorda ancora con piacere degli interventi che una psicologa dello sport (nonché collega che mi ha guidata durante i miei primi passi nell’ambiente, con estrema disponibilità) ha attuato in Nazionale con lei e le altre compagne. “Sono state attività interessanti e che ho gradito parecchio. Mi ricordo che provavamo tanta curiosità all’inizio verso la sua figura, perché non era un qualcosa di conosciuto, all’epoca. Eppure, i lavori in cui ci siamo cimentate sono stati davvero utili per capire noi stesse e unirci ancora più come squadra.”Copia di POST 2024 1Quando, in chiusura, le chiedo perché avrebbe senso fare sport, a cosa servirà mai farsi placcare e ruzzolare per un campo di erba e terra, lei mi risponde che – ovviamente – fare attività fisica significa molto di più che questo. “Lo sport ti insegna moltissimo su chi sei, è muoversi, essere attivi e provare a stare in salute. Inoltre, personalmente, spingo mio figlio a fare sport di squadra in modo che faccia gruppo: è figlio unico e credo che questo sia un mezzo utilissimo per imparare a stare con gli altri, socializzate, imparare a perdere e a vincere insieme.”

Sapendo di avere ancora poco tempo a disposizione, provo ad afferrare l’ultimo brandello di maglia Azzurra a cui posso avvicinarmi, e forzo ancora su quali avrebbero potuto essere le strade alternative se non fosse diventata una rugbista. Ancora una volta, però, Silvia usa poche e chiare parole: “Non ho mai pensato a me in altri termini, diciamo. Come non ho mai pensato di mollare: ho avuto un allenatore con cui non andavo molto d’accordo e che ha messo alla prova la mia serenità in campo, ma quello è stato un incidente isolato. Piuttosto, all’inizio della mia carriera, mia madre mi chiedeva di non fare troppo pubblicità riguardo al mio sport con i suoi colleghi di lavoro, ma ha poi totalmente abbandonato questo atteggiamento e, insieme al papà, i miei genitori sono stati sempre i miei tifosi numero uno. Non me la sono mai presa, infatti. Mi sento di dire che ho avuto una carriera sportiva soddisfacente e che si è incastrata appieno con la mia vita privata.”

Ciò che mi è rimasto impresso più di tutto sono la sincerità e la spontaneità di questa atleta, l’umiltà con cui ha accettato di raccontarmi una parte di sé tanto intima quanto unica. Ho apprezzato particolarmente l’idea per cui i sacrifici che si fanno volentieri… non sono sacrifici ma investimenti. In effetti, solo ora ci penso, io per prima ricordo sempre ai miei clienti che il tempo della nostra vita non è altro che tutto quello che abbiamo, la cosa più preziosa che ci appartiene: decidere come impiegarlo sta a noi ed è una grande responsabilità – oltre che un’occasione.

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Maurizio Vancini si conferma presidente del CRL con 79,51 % dei voti.

L'Assemblea Ordinaria Elettiva CR Lombardo, presieduta da Nino Saccà per l'Ufficio Presidenza e Isabella Doria per l'Ufficio Segreteria, ha visto presenti il Presidente Federale Andrea Duodo, il Vice Presidente Federale Paolo Vaccari, il Consigliere Federale Vittorio Musso, il Presidente CONI Regionale Marco Riva.

"La direzione che prenderà il lavoro del comitato, che è completamente rinnovato, composto da persone di grande qualità, con cui si procederà a dare valore e continuità ai progetti in essere, insieme, vestendo un'unica maglia, quella del Comitato Regionale Lombardo.

Il numero di voti raggiunto è la conferma della qualità del lavoro svolto nell'appena concluso quadriennio, che ha visto un numero di tesserati di 13601 nel 2021, e ora più di 17000.

Ci si aspetta una Lombardia sempre in crescita, sempre si più anche nelle zone e nelle aree da migliorare". Queste le parole del Presidente CRL Maurizio Vancini.

Durante la giornata di oggi si è colta l'occasione per consegnare la benemerenza a Angelo Bresciani e a Ottorino Bugatti.

La squadra del nuovo CRL, è quella che ha supportato Vancini nella sua rielezione, ed è composta da Marco Biroli, Ivano Bonacina, Paolo Carbone, Italo Carli, Albertina Carrara, Anna Lombardi, Armando Proia e Luca Raza. 

Si ringraziano tutte le società lombarde che hanno lavorato alla crescita del nostro meraviglio sport all'interno della regione, e che continueranno in questo percorso uniti nel sostegno, valore primo del Rugby.

I VOTI
Vancini Maurizio, 6662 voti
Chizzolini Jacopo, 1553 voti

Consiglieri eletti:
Carrara Albertina, 6230 voti
Raza Luca, 6091 voti
Bonacina Ivano, 5909 voti
Proia Armando, 5661 voti
Biroli Marco, 5349 voti 
Carli Italo Piero, 5266 voti
Carbone Paolo, 4964 voti
Lombardi Anna, 3663 voti

Non eletti:
Cappuccilli Angelo, 3709 voti
Sberna Francesca, 2661 voti 
Pezzi Manuela, 2147 voti 
Zaghetti Paolo, 2139 voti 
Simi Paolo, 2008 voti
Almasio Andrea Aldo, 1597 voti 
Borsani Benedetta, 1553 voti
Corbacella Mauro, 1341 voti
Limonta Loris, 1153 voti 
Tinelli Greta, 496 voti 

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La Federazione Italiana Rugby, in collaborazione con OPES, offre anche nel 2025 la possibilità di svolgere il Servizio Civile presso la sede centrale FIR di Roma, i Comitati Regionali o una tra le Società affiliate accreditate presso il Dipartimento per le Politiche Giovanili ed il Servizio Civile.

Volontarie e volontari dai 18 ai 28 anni potranno essere avviati in uno dei 4 Progetti approvati dal Dipartimento: “Sport e sostegno oltre le sbarre“, “Lo sport a sostegno dell’inclusione sociale“, “Sport per la salute fisica e sociale in Italia” e ”Lo Sport per la salute fisica e sociale in sud Italia”. Il primo è dedicato al rugby in carcere, attività nella quale diversi club di rugby sono ormai impegnati da alcuni anni nell’ambito del Progetto federale Rugby Oltre le Sbarre; gli altri due sono relativi all’utilizzo dello sport come strumento di promozione e inclusione sociale.

Gli aspiranti Operatori Volontari che vorranno presentare la domanda di partecipazione possono farlo solo ed esclusivamente attraverso la piattaforma Domanda on line (DOL) raggiungibile tramite PC, tablet e smartphone al seguente indirizzo https://domandaonline.serviziocivile.it. 

La guida per la presentazione delle domande è scaricabile sul sito Federugby, nella sezione Documenti utili – Servizio Civile dell’area Responsabilità Sociale.

Le domande di partecipazione devono essere presentate entro e non oltre le ore 14.00 del 18 febbraio 2025.

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